Il Casanova di Federico Fellini

Sutherland è il corpo, Proietti la voce. Il Casanova visto è una figura su cui proiettare il nostro lato oscuro, l’invecchiamento precoce, i pensieri di morte. Stanotte, ore 2.50, Sky Drama

“Disperatamente mi sono aggrappato a questa “vertigine da vuoto” suscitata dalla lettura dell’Histoire de ma vie, come all’unico punto di riferimento per raccontare Casanova e la sua inesistente vita.” Federico Fellini

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Il Casanova visto da Fellini, una figura su cui proiettare il nostro lato oscuro, l’invecchiamento precoce, i pensieri di morte. Casanova è l’anti-sesso ed è l’anti-amore: non prova né piacere fisico né sentimento, ma sfoglia le pagine del suo catalogo con l’ossessione del collezionista. Donald Sutherland è il corpo, Gigi Proietti la voce: una chimera capace di fare sentire “la vertigine del vuoto”. All’opposto dei grandi spazi di Barry Lyndon, un Settecento ricostruito in studio con scenografie sontuose e claustrofobiche (Danilo Donati meritato Oscar per i costumi).

Uno sguardo che da La dolce vita fino ad Amarcord si è opacizzato ed oscurato. L’impossibilità a comprendere l’universo femminile, la sessualità come patologia narcisistica, il rapporto con la madre e con i sistemi di potere. Casanova per tutto il film cerca di giustificarsi: “sono un amante insuperabile, ma sono anche poeta, ingegnere, scienziato, colto letterato”. Cita Dante, Petrarca, Tasso, ma due servi coprono di escrementi la sua effige di homo phallus. Questo Casanova stanco, invecchiato, che in un teatro vuoto, a candele spente, si sente apostrofare “Cabalon” dalla madre, si trasforma da pagliaccio in figura patetica, con il suo uccello meccanico che detta il ritmo degli amplessi. Dietro questo Pinocchio-Arlecchino si cela un mistero di morte ben caratterizzato dalla penna di Bernardino Zapponi.

Venezia è la città fantasma avvolta dalla nebbia dove si perdono i contorni del reale. I motivi ipnotici di Nino Rota assomigliano a una cantilena funebre. Dov’è finita Gelsomina, dov’è finita Cabiria? Dove è finita la salvezza? Marcello Rubini-Guido Anselmi-Toby Dammit- Casanova: 1960-1976, sembra una caduta senza mai toccare il fondo. C’è una scena particolare: una donna gigantesca fa il bagno in una grossa tinozza con due nani: Gelsomina si è dilatata a donnone da circo, il Matto e Zampanò si sono miniaturizzati e omologati a nani, senza alcuna differenza. Torna l’altalena dello sceicco bianco ma si moltiplica in una giostra assurda, delirante. Torna il suicidio de La dolce vita, ma stavolta è tentato: Casanova non è Steiner, non ha la grandezza morale per compiere l’unico gesto che gli regali dignità. Il problema filosofico è che Casanova sa chi non è, ma non sa più chi è. Eiaculando di qua e di là, in gare di resitenza amorosa, ha sfiancato l’Asa Nisi Masa. Anita Ekberg è adesso Tina Aumont, in un processo irreversibile in cui l’oggetto del desiderio diventa un disegno di Roland Topor. La sua forza vitale si è pietrificata, l’impotenza è nascosta nelle proiezioni all’interno del ventre di una balena, nella messa in scena di una operetta buffa già sperimentata nel Satyricon. Prendete Casanova vecchio, nell’inverno della sua vita, guardare con stupore sotto la lastra di ghiaccio la gigantesca polena raffigurante un viso femminile che giace nelle profondità della laguna. E’ la polena che nella scena del Carnevale a Venezia, era emersa e poi era sprofondata nell’abisso per un incidente. Eccesso di simbolismo? Cabiria, Gelsomina? La salvezza? Oppure la donna non è conoscibile? O forse è la vita a non essere conoscibile? O forse è la realtà a non essere rappresentabile? Quello che rimane è un ex seduttore alla fine della sua esistenza, in un sogno che sembra un manifesto felliniano: Casanova e la sua bambola meccanica ballano sulle note di una musica da carillon e diventano essi stessi meccanico carillon. I sogni sembrano ghiacciati, cristallizzati, pronti a spezzarsi in mille frammenti. Come se la meccanicità coincidesse con l’aridità della ispirazione. Fellini alza bandiera bianca: non ha risposte, solo domande. Il quadro è frammentato, il labirinto senza soluzioni. Tutto rimane in un mistero inconoscibile sott’acqua. E la vita non è una festa, ma una città senza gioia che lentamente sprofonda.

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Regia: Federico Fellini
Interpreti: Donald Sutherland, Tina Aumont, Cicely Browne, Leda Lojodice, Carmen Scarpitta, Olimpia Carlisi
Durata: 170′
Origine: Italia, 1976
Genere: grottesco

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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