Godzilla Minus One, di Takashi Yamazaki

In linea con i migliori Godzilla, anche qui il mostro si fa specchio delle crisi dei giapponesi. Capaci di non smarrire il proprio orgoglio anche in faccia ai peccati della nazione. Potentissimo

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Per me la guerra non è ancora finita” sentiamo dire all’ex pilota kamikaze Kōichi Shikishima (Ryunosuke Kamiki) poco prima di affrontare la missione suicida che lo porterà a scontrarsi per l’ultima volta con Godzilla. Una battuta, questa, che potremmo sì ricondurre al rinnovato pericolo bellico che il lucertolone ha reso nuovamente reale agli occhi della nazione, ma che in realtà ci parla di un dato diverso, di una sensazione di perenne disagio che il personaggio – e per estensione, il cittadino giapponese – vive quotidianamente nella sua condizione di “sopravvissuto al conflitto”. A pensarci bene, il protagonista di Godzilla Minus One è lo specchio di un popolo che fatica a metabolizzare le conseguenze (dis)umane della guerra, di cui il mostro gigante, divenuto radioattivo in seguito all’esposizione al test termonucleare del ’46 sull’atollo delle Bikini, non è nient’altro che la sua allegoria più sanguinaria, onesta e traumatica.

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Non è un caso che l’incipit di Godzilla Minus One sia completamente dominato dall’onta oppressiva del trauma, che da personale si fa sempre più collettivo. Ci troviamo infatti alle battute finali della Guerra del Pacifico: il Giappone è praticamente sconfitto, e ai suoi piloti (i kamikaze) non resta che “morire con onore” sacrificandosi in nome della patria. Kōichi però lamenta un’avaria al motore, e atterra sull’isola di Odo per ricevere assistenza, ma il suo velivolo non presenta danni né malfunzionamenti di alcun tipo. Il ragazzo è perciò un “codardo”, un soldato che ha ceduto alla paura per il suo (già segnato) destino, e che facendo ciò non solo ha tradito i suoi più stretti commilitoni: ma ha rinnegato l’essenza stessa del kamikaze, il cui corpo non appartiene al singolo individuo, ma all’Imperatore. Da qui deriva quella sensazione di incompletezza che lo perseguiterà anche in pieno dopoguerra. E che l’arrivo improvviso di Godzilla (prima sull’isola, poi su Tokyo) non può che rendere ancor più lancinante.

Che un lungometraggio sul fondatore dei kaijū eiga (film giapponesi sui mostri giganti) sia strettamente legato al trauma collettivo della nazione, non è di certo una novità. D’altronde il Godzilla originario di Honda (1954) nasce proprio come responso culturale all’incidente termonucleare che ha travolto il peschereccio “Lucky Dragon Five” nelle Isole Marshall, e che ha portato dopo 9 anni dalle due bombe alla nazionalizzazione del “trauma di Hiroshima”. Ma rispetto al film capostipite, e in generale alle varie origin story di cui si compone la saga targata Toho, questo Godzilla Minus One non solo si pone in continuità con la loro analisi sociologica: ma sintetizza con grande lucidità le istanze delle narrazioni che lo precedono, riportandole al contesto (culturale, politico, sociale) del Giappone corrente.

Perché se è vero che Godzilla Minus One ambienta la propria storia nel dopoguerra, ogni messaggio che lancia è rivolto alla società odierna. Se già il precedente Shin Godzilla si pone come il perfetto racconto del Giappone post-Fukushima, con i protagonisti/cittadini del film capostipite che vengono sostituiti da professionisti/funzionari – dal momento che nel 2016 il nucleare non è più tema sociale, ma politico – ora ci troviamo nel passaggio storico successivo. Ai tempi del film di Anno il destino delle acque contaminate di Fukushima era ancora oggetto di dibattito pubblico, al punto che in Shin i personaggi discutono sulla necessità di trovare un’alternativa al nucleare per abbattere il mostro radioattivo. Nel 2023 la situazione è perlopiù diversa: il governo ha iniziato lo scorso agosto a rilasciare quelle stesse acque nel Pacifico, spingendo così molti cittadini – tra cui Yamazaki e i suoi collaboratori – a disconoscere le azioni di una classe dirigente ritenuta incapace di salvaguardare il benessere collettivo. E non è un caso allora che in questo film il Giappone, inteso come sistema politico, sia completamente esautorato di ogni sua funzione.

In Godzilla Minus One chi combatte, soffre, affronta e sconfigge il mostro è il cittadino comune. Non c’è nessun altro. Lo stato è totalmente assente, al punto che il piano di distruzione finale del nemico passa attraverso la saggezza e il coraggio di un plotone di civili. Ecco allora che le invettive al Giappone imperiale, ad un paese che aveva costretto i propri abitanti ad affrontare la guerra più micidiale della loro storia malgrado il divario tecnologico che li separava dagli americani, offrono il fianco per criticare le debolezze del governo attuale.

Poi certo, considerato il periodo storico in cui è ambientato, Godzilla Minus One si astrae fin troppo facilmente da questioni di politica internazionale, legando il non-interventismo statunitense alla (vaga) necessità di evitare una pericolosa escalation in un contesto di Guerra Fredda. Una giustificazione che ha poca attinenza con la realtà del tempo, dal momento che in piena occupazione americana (1945-1952) ogni decisione sul suolo giapponese doveva passare per il giudizio del Generale MacArthur, ma che paradossalmente permette al racconto di gettare luce sull’elemento che governa ogni sua istanza rappresentativa: il sacrificio umano del popolo nipponico. Ciò che l’arrivo di Godzilla mette in crisi, allora, non è tanto la conservazione dello status quo: a distruggerla ci ha già pensato la classe politica con la sua agenda imperialista; quanto la possibilità di perdere lo spirito di sopravvivenza che da sempre contraddistingue i giapponesi. Anche a conflitto terminato. Non è un caso che la domanda su cui si chiude il film si ricolleghi a quel senso di incompiutezza vissuto da Kōichi – e quindi dai cittadini – nel Giappone post-bellico. “La tua guerra ora è finita?”. Non lo sappiamo. L’importante è credere che si possa, tutti insieme, superare i traumi che collettivamente ci affliggono. Anche se la crisi assume le sembianze di un terribile lucertolone.

Titolo originale: id.
Regia: Takashi Yamazaki
Interpreti: Ryunosuke Kamiki, Minami Hamabe, Yuki Yamada, Munetaka Aoki, Hidetaka Yoshioka, Sakura Ando, Kuranosuke Sasaki, Mio Tanaka, Yuya Endo, Kisuke Lida, Saki Nagatani
Distribuzione: Nexo Digital
Durata: 125′
Origine: Giappone, 2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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