Hiroshima mon amour di Alain Resnais

A due mesi dalla scomparsa del suo autore torna in sala, restaurato dalla Cineteca di Bologna, Hiroshima mon amour, film d'esordio non soltanto di questo straordinario cineasta ma di tutta un'epoca del cinema, arrivato alla prova della maturità. Chiamato dunque a osare sul piano linguistico, ad andare al di là della narrazione unidirezionale esperita dal cinema classico per aprirsi alle infinite possibilità di una dimensione temporale finalmente intuita come prismatica.

Così, nel 1959, Hiroshima mon amour si presenta al Festival di Cannes con i corpi di questi due amanti uniti in un amplesso, ma anche linee temporali destinate a intersecarsi, penetrarsi, in una continua torsione fra passato e presente, provincia francese e Giappone, tragedia privata e universale. Emmanuelle Riva ed Eiji Okada sono i corpi chiamati a dare fisicità a pure idee, quelle stesse inscritte nei nomi delle due città, scandite sillaba per sillaba, Nevers e Hiroshima.

La sceneggiatura di Marguerite Duras, allora completamente avvinta dalle riflessioni del Nouveau Roman – che Resnais avrebbe continuato a seguire anche nella collaborazione successiva con Alain Robbe-Grillet per L'année dernière à Marienbad viene utilizzata dal regista in controtempo sulle immagini per un incipit di cui il tempo ha solo accresciuto la potenza: Tu n'as rien vu à Hiroshima è il commento lento e ipnotico dell'uomo su cui si innestano le immagini dell'ospedale, del Museo della Pace di Kenzo Tange, della città ripresa dall'alto o ad altezza d'uomo, in cui le immagini documentarie acquistano in virtù del dialogo un valore puramente simbolico, astratto, forme ideali che rimandano un mondo altro. Come il carrello in avanti fra i corridoi dell'ospedale, puro spazio mnemonico, come saranno due anni dopo gli ambienti della villa di Marienbad.

Frutto di una sincretica collaborazione tra teoria cinematografica e letteraria al crocevia dell'école du regard, che testimonia la rincorsa della pratica romanzesca sull'esperienza diretta della macchina da presa, liberando allo stesso tempo il cinema dalle ristrettezze narrative e riproduttive, Hiroshima mon amour è un capolavoro da riscoprire anche solo per rendersi conto dell'eterna giovinezza del suo autore.

Un "Benjamin Button" del cinema moderno, capace di tornare sugli stessi temi con sempre più leggerezza, che al  "Tu n'as rien vu" di Hiroshima rispondeva, raddoppiando la posta, con il "Vous n'avez encore rien vu"del penultimo film. E diventa impossibile guardare il vagabondare di Emmanuelle Riva per le strade di Hiroshima, in una notte senza fine, senza ripercorrere in quel bagliore di insegne al neon le passeggiate di Sabine Azema ne Les herbes folles, dove le stesse riflessioni si fanno più lievi, senza il peso accademico dell'avanguardia.
Avanguardia che però in Hiroshima mon amour tocca uno dei suoi vertici perché, lavorando su una "contuinità sotterranea", come dichiarò la Duras, sulla giovinezza e l'avvenire dei due protagonisti al di là dei vincoli dell'inquadratura, dimostra quell'attaccamento emotivo ai suoi personaggi riscoperto paradossalmente nel cinema della maturità, così ironico, libero e ribelle, paladino dello stupore dello sguardo.

 

Titolo originale: id.

Regia: Alain Resnais

Interpreti: Emmanuelle Riva, Bernard Fresson, Eiji Okada
Origine: Francia 1959
Distribuzione: Cineteca di Bologna
Durata: 90'

 

  • Avatar

    Visto al cinema lunedì scorso: è invecchiato malissimo. Va bene per gli storici e gli studiosi del linguagigo del cinema, è innegabile riconoscere la sua influenza su tanti film successivi, ma oggi pare un polpettone davvero insostenibile, sopratutto pe ri dialoghi della Duras