Hors du temps, di Olivier Assayas

Riflessione sul senso dell’effimero in una situazione “fuori dal tempo” come il lockdown? Sì, nella misura in cui ad essere effimere (e fuori tempo) sono proprio la relazioni. BERLINALE74. Concorso

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Il sodalizio tra il funambolico Vincent Macaigne e Olivier Assayas, che da Il gioco delle coppie passa all’abissale serie tv di Irma Vep, raggiunge il punto di congiunzione definitivo in questo Hors du temps, che da Il gioco delle coppie riprende il tono sommesso e scanzonato, ma fonde una volta per tutte la figura di Macaigne con quella di un alter ego scoperto del cineasta stesso: Macaigne è Assayas in questa rimessa in scena dei mesi del primo lockdown del 2020, passati dal protagonista Paul, cineasta autore di film con Kristen Stewart appena tornato da alcune riprese a Cuba, nella tenuta di campagna di famiglia insieme alla giovane fidanzata regista, al fratello critico musicale, e alla compagna di questo. La voice over puntella la narrazione raccontandoci della sua infanzia in quella villa (inquadrature fisse con inserti bucolici nel mood quasi de L’épine dans le coeur di Gondry), del legame che lo tiene connesso ancora con quelle stanze, lo studio del padre, la camera della madre, soprattutto la vasta natura circostante, gli alberi e i campi, il giardino dei vicini.
E’ istintivo il collegamento con le rievocazioni imbastite per film come L’heure d’été, con quell’incredibile finale in cui tutti gli oggetti di quella casa venivano messi all’asta, tra le mura oramai vuote dell’abitazione: anzi, Hors du temps sembra essere stato girato quasi per esorcizzare quel destino ineluttabile, lasciare ancora un’altra testimonianza agrodolce della vita passata sotto quel tetto (comprese memorie dell’artista da giovane, queste virate in bianco e nero), inventarsi un altro finale da raccontare in macchina alla propria figlia piccola che ascolta dal sedile posteriore.

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E’ vero, probabilmente la produzione attuale di Assayas, quantomeno quella “per il grande schermo”, non vede il cineasta nella sua forma migliore, come è altrettanto vero che questa quarantena da ricchi in mezzo al verde col campo da tennis privato, dove la maggiore preoccupazione è quella di riuscire a sgrassare un pentolino dal fondo bruciacchiato, potrebbe istintivamente tenerci più distanti (o distanziati?) che mai: ma Assayas si rivela ancora in grado di infondere un’anima tenerissima e sensibile a playlist di suggestioni musicali (si parla di Stranglers, di Beach Boys…), a elenchi di libri già letti o da leggere, a rimpalli di citazioni (non a caso spesso fatti con la racchetta in mano, giocando appunto a tennis) tra David Hockney e interviste a Renoir. Come la clausura dei Dreamers di Bertolucci ma tornatisi a trovare ora che sono giunti alla mezza età, in cui bisogna fare attenzione a non guardare un film a volume troppo alto per non disturbare gli altri.
Forse è così che andrebbe preso questo film, come un ritorno a quando durante il confinamento pandemico non facevamo che scambiarci e condividere consigli di visione, di lettura, di ascolto, di recupero o di scoperta (oltre che rilanciarci a vicenda le rispettive paranoie da contagio, come accade anche nel film), e lo stesso chiedevamo di fare agli artisti. Una riflessione sul senso dell’effimero in una situazione “fuori dal tempo”? Certamente, nella misura in cui ad essere effimero (e anche fuori tempo…) è proprio l’amore, queste coppie con figli e matrimoni alle spalle, che si ritrovano a superare la “prova” di una vicinanza forzata, questi genitori alle prese con affidi congiunti, tentativi maldestri e goffamente, dannatamente umani di costruire relazioni, parentele, affinità passeggere, ossessioni comuni, ricordi istantanei.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
3 (1 voto)
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