Out Of Uganda, di Rolando Colla e Josef Burri

Vincitore come Miglior Documentario al MiX di Milano 2023, il lavoro di Colla e Burri racconta vicende emblematiche nell’Uganda attraversato dall’odio e dalla violenza per la comunità LGBTQ+

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Provengo dall’Africa, quindi ovviamente ho riscontrato problemi. La gente non mi capisce. Pensano che io sia una maledizione e alcuni di loro addirittura mi dicono che non merito di vivere. Sono lesbica e non è stato facile perché non l’ho scelto io. La ragione per la quale sono dovuta partire è che non mi sentivo più al sicuro, ho sofferto molte persecuzioni solo per essere me stessa.

Sono queste le toccanti parole di Lynn, una delle protagoniste del documentario Out of Uganda diretto da Rolando Colla e Josef Burri e vincitore come Miglior Documentario del 37° Mix Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e di Cultura Queer. Il film segue le vicende di Philip, Hussein, e Remy: tre ragazzi della comunità LGBTQ+ che, a seguito di continue persecuzioni omofobe, decidono di lasciarsi il passato alle spalle e vivere un doloroso esilio chiedendo rifugio in Svizzera. La quarta protagonista è Shammy, una ragazza trans che decide di restare nel suo paese d’origine sostenendosi economicamente come sex worker, sperando in un futuro migliore.
In Africa far parte di questa comunità significa essere non solo emarginati, ma subire vere e proprie torture. È una realtà difficoltosa e purtroppo ancora attuale. Infatti, recentemente il parlamento ugandese ha approvato una legge anti-gay draconiana che prevede per gli omosessuali una pena di minimo 10 anni di carcere.

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Il materiale del documentario è basato principalmente su interviste fatte ai protagonisti con l’obiettivo di dar voce ai loro pensieri: dalle frustrazioni di abbandonare un paese che amano ma che allo stesso tempo li rigetta, al dolore di lasciare i famigliari, allo spaesamento di trovarsi in una nuova realtà, una Zurigo accogliente ma che difficilmente guarirà i loro traumi subiti negli anni. I registi dichiarano di aver trovato evidenti difficoltà da parte degli intervistati ad aprirsi e raccontare le loro storie davanti a una videocamera, ma ciò ha sicuramente connotato in positivo, in termini di autenticità, il documentario.
La macchina da presa non si limita solo a riprendere ciò che vede, ma attraverso inquadrature oniriche e di tipo paesaggistico (monti isolati coperti di neve, il lago, le foglie, i vicoli abbandonati di strada) dà forma visiva ai pensieri di queste persone.
Le uniche volte che sentiamo effettivamente la voce di uno dei due registi è quando vengono poste domande ad altri intervistati, come per esempio l’uomo iscritto al “Kick Sodomy. Out of Uganda”, un movimento clandestino che si riunisce e assedia persone della comunità gay, massacrandole fino a ucciderle il più delle volte. Non c’è segnale di coscienza nelle parole dell’uomo, che parla e ride senza rendersi conto della gravità delle sue azioni. Le punizioni disumane che anche il governo e la polizia attua in Uganda sono all’ordine del giorno e, tra uno spezzone e l’altro del documentario, vengono mostrate al pubblico immagini di celle ridotte in condizioni pietose e celebrazioni queer bloccate dalla polizia.

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Anche il giornalismo locale non aiuta, anzi, il più delle volte fomenta maggiormente l’odio. Una madre intervistata, con il volto oscurato, parla della pubblicazione di un articolo relativo all’arresto (con nome, cognome e foto annessa) del figlio per via del suo orientamento sessuale. La donna è vessata dagli abitanti del villaggio e l’umiliazione la costringe a non uscire di casa. Uno degli avvocati presenti in Uganda spiega l’abitudine di molte testate giornalistiche di riportare le foto con nomi e cognomi di persone della comunità gay, definendolo un “giornalismo spazzatura” che non tiene conto della privacy dei singoli individui. La troupe e i cineasti rintracciano l’autore dell’articolo per porgergli delle domande. Dunque, possiamo dedurre che lo scopo del film non sia solo quello di raccontare stralci di realtà, ma il desiderio da parte dei cineasti di cercare giustizia attraverso l’elemento del dialogo.
Il documentario mostra il lavoro degli attivisti che non si arrendono mai nonostante debbano lottare contro ogni tipo di resistenza. Le interviste infatti includono anche le organizzazioni che si occupano di salvaguardare i diritti umani: l’avvocatessa in Uganda per i diritti umani LGBT, tossicodipendenti e prostitute afferma che il problema più grande del paese è il conflitto con la legge e che per questo motivo provvedono al rilascio dell’arrestato dalle mani della polizia.
Il film si sposta poi a Zurigo, e lo spettatore prende parte all’agognante attesa dei protagonisti di trovare ufficialmente asilo in Svizzera. Non è permesso ancora loro di lavorare e cercano di ammazzare il tempo come possono cercando di non scoraggiarsi troppo: c’è chi prega, chi cucina, chi fa una passeggiata, chi studia e chi va dal suo analista. C’è addirittura chi trova sollievo momentaneo mediante la musica, considerandola un mezzo per evadere dalla realtà.
Il documentario mostra poi momenti frammentati del “Zurich Pride Festival” e le immagini colorate e vivaci dei festeggiamenti in Svizzera vengono contrapposte a quelle delle celebrazioni queer in Uganda, con la differenza che queste ultime procedono fino all’arrivo della polizia.
Vediamo poi Shammy, l’unica dei quattro rimasta nella sua terra natale, che si prepara per andare a lavoro come sex worker ignara che da lì a poco la sua vita sarà messa in pericolo. Attraverso uno screenshot del telefono lo schermo cinematografico mostra le condizioni critiche della ragazza che, trovandosi in ospedale, mostra il suo volto sfigurato a seguito di un pestaggio di massa di cui è stata vittima. Ed ecco che ritornano nuovamente spezzoni di video dello Zurich Pride Festival che vanno a chiudere definitivamente il film.
Non c’è ancora, per l’Uganda, speranza di un futuro migliore? Probabilmente Rolando Colla e Josef Burri illustrano la loro opinione contrapponendo queste ultime due realtà, quella africana e quella Svizzera, per sottolineare che la strada da percorrere è purtroppo ancora lunga e difficoltosa.

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