Jean-Luc Godard è la definitiva casa del cinema

Voi siete pieni di voglia di vivere. Io sono qui per dirvi no. Per morire”. La citazione del suo Adieu au language sembrerebbe a prima vista il perfetto esergo per accogliere i visitatori che alle soglie dell’ingresso s’apprestano ad entrare ne Le studio d’Orphèe di Jean-Luc Godard. L’idea di trasportare permanentemente gli oggetti, i mobili, gli apparecchi di montaggio cinematografico della sua casa-studio di Rollin in Svizzera al secondo piano della galleria Sud della Fondazione Prada a Milano potrebbe essere la consapevole auto-musealizzazione di un autore che, giunto alle soglie della morte, acconsente a diventare testo di studio. In questa operazione c’è, evidente, il solleticamento feticistico: ad aprire la ricostruzione di questo atelier abbiamo, ad esempio, una sedia con gli indumenti da tennis, la racchetta poggiata sopra, un aspirapolvere dimenticato ai piedi della scrivania e due vasetti d’inchiostro accanto alla tastiera, dove il mouse posa su di un tappetino a forma di gatto. E dentro la grande sala poggiano a terra, come in attesa di una sistemazione (e anche qui si stuzzica la fantasia del visitatore aprendogli infinite possibilità del perché essa non sia avvenuta o non debba mai concretizzarsi) le locandine de L’avventura di Antonioni e Jour de fête di Tati.

---------------------------------------------------------------------

---------------------------------------------------------------------

Col Leone d’Oro preso a Venezia nel 1983 per Prénom Carmen usato come fermalibro per l’arrembante Féerie pour une autre fois di Céline si raggiungono vette di ricostruzione esegetica vertiginosa. Una veloce scorsa alle coste dei libri permette invece di delineare il pantheon letterario di Godard: Kafka, Virginia Wolf, Dostoevskij, Pirandello, Molière, Cervantes e Goethe ma nessun americano e nessun saggio rivoluzionario, se si esclude il vinile di Lotta Continua. Ma questa lettura testamentaria viene smentita da un’operazione che di mortuario ha sicuramente un po’ di fascino provocatorio, ma che in realtà è l’ennesima riflessione di Godard sull’immagine e il suo rapporto con il cinema. Il lato più interessante di quella che può anche essere letta come una performance è infatti rappresentato dai tre monitor sulla scrivania nei quali il regista ha montato il suo ultimo “Le livre d’image, premiato nel 2018 a Cannes con un’inedita Speciale Palme d’or. Il film viene proiettato sullo schermo piatto di una TV, alternato a nove cortometraggi del regista e da lui stesso selezionati: On s’est tous défilés, 1988; Je vous salue Sarajevo, 1993; Les enfants jouent à la Russie, 1993; The Old Place, 1998; De l’origine du XXIème siècle, 2000; Liberté et Patrie, 2002; Une bonne à tout faire, 2006; Vrai faux passeport, 2006; Une Catastrophe, 2008. Dalle 13 alle 17 sono proiettati i cortometraggi per gruppi di 10 visitatori ogni 30 minuti. Dalle 17 alle 19 è presentato il film Le livre d’image e l’ingresso è consentito alle 17 per massimo 5 spettatori. Significativo il fatto che ne “Le studio d’Orphée” il periodo Nouvelle Vague sia come l’Euridice del mito ed Orfeo/Godard non voglia riportarla fuori dall’oltretomba del ricordo dello spettatore. D’altronde, come aveva detto lui stesso in Histoire(s) du cinéma: “Anch’io avevo creduto per un momento che il cinema autorizzasse Orfeo a voltarsi senza far morire Euridice. Mi sono sbagliato. Orfeo dovrà pagare“.

--------------------------------------------------------------------

--------------------------------------------------------------------