La belva, di Ludovico Di Martino

La belva è un thriller metropolitano di respiro internazionale con un Fabrizio Gifuni irriconoscibile che a forza di cazzotti (e grugniti) cerca i rapitori della figlia. Su Netflix, da Groenlandia

Nomen Omen, sancivano gli antichi Romani ma anche il cinema italiano del 2020 sembra sentenziare in maniera deterministica il destino degli uomini. Protagonista del film La belva di Ludovico Di Martino, disponibile su Netflix dal 27 Novembre, è Leonida Riva, ex Capitano delle Forze Speciali italiane in crisi da stress post-traumatico. Uno dei nomi più epici dell’immaginario recente accompagnato da uno dei cognomi più salottieri d’Italia in un’unione all’apparenza stridente che non può che generare un’anima prevedibilmente scissa tra il più celebre cul-de-sac guerresco della Storia e battaglie domestiche sicuramente meno violente ma altrettanto laceranti. Gioca da subito con le aspettative (meccanicistiche quanto quelle dei nostri antenati) del pubblico Ludovico Di Martino nel suo secondo film piazzato con sfrontatezza tra le terre selvagge della piattaforma streaming col più alto tasso di violenza di competizione audiovisuale al mondo. Il giovane autore romano – il corto Pipinara selezionato nella cinquina finalista dei Nastri d’Argento e soprattutto sceneggiatore/regista della terza stagione di Skam Italia – si addentra nel cuore selvaggio di uno dei filoni cinematografici a più alto tasso di emoglobina ed allo stesso tempo di empatia: il revenge paterno. Quando la figlia di sei anni viene rapita misteriosamente la Belva si metterà in proprio per trovarla andando perfino contro la Polizia di Stato e mettendo a frutto l’esperienza accumulata durante le missioni, in particolare l’ultima, che gli hanno devastato la psiche allontanandolo dagli affetti familiari. Prodotto da Matteo Rovere con la sua casa di produzione Groenlandia insieme alla Warner Bros. Entertainment Italia, La belva è prima di tutto una dichiarazione d’intenti: non solo si può di nuovo fare genere in Italia ma si può persino sfidarne sullo stesso terreno i mostri sacri. Il film di Di Martino sin dalla scrittura sceglie di rarefarsi ricorrendo ad un plot basico, sulla scia dei successi dei vecchi film della Cannon e soprattutto della saga di Taken da cui importa la figura del giustiziere della notte militarmente preparato. Leonida Riva ha infatti affrontato conflitti in Somalia, Iraq, Bosnia, Rwanda, Afghanistan e nonostante manifesti una tendenza all’abuso di psicofarmaci se ne intuisce la pericolosità ad ogni inquadratura.

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Il merito è ascrivibile al sorprendente Fabrizio Gifuni che trova attraverso un’interpretazione composta di sguardi truci e grugniti da belva – il soprannome è invece giustamente casuale, non finalistico – la mimesi necessaria al difficile personaggio. Se Liam Neeson in Io vi troverò e i suoi seguiti non riusciva mai del tutto ad aderire fisicamente alla cinetica selvaggia del suo Bryan Mills all’attore italiano bastano invece pochi tratti distintivi per rendersi credibile. Barba incolta, un giubbotto già iconico con la stampa sul retro di un orso che ruggisce ed una performance d’azione grezza al punto giusto che forse, unico appunto, avrebbe necessitato di qualche seduta di palestra in più. Il piacere di giocare sullo stesso piano filmico dei colleghi internazionali senza trincerarsi dietro le differenze di budget è maggiormente ravvisabile nelle scene action, spinte fino all’estremo della corporeità. Le coreografie delle tante scazzottate tra Leonida e la banda di criminali capeggiata dal crudele Mozart (un Andrea Pennacchi che si diverte ad eccedere nel ruoli di un folle villain) reggono il passo con gli standard attuali provando persino a dialogarvi nel piano-sequenza di metà film. Qui l’ovvio riferimento è al film di David Leitch Atomica Bionda e tramite esso perfino a quello impossibile da replicare di The protector. Gifuni non ha seguito la ferrea preparazione di Charlize Theron e non è naturalmente un atleta abbacinante come (fu) Toni Jaa eppure trasmette molto bene negli scambi di colpi la rabbia feroce del suo personaggio. Il suo Leonida mena come un fabbro e subisce le percosse non arretrando mai, laconico e devastante nell’ostinazione cieca di un padre che s’arrampica sugli ultimi barlumi di umanità rimastigli per non perdere il senno in seguito alla discutibile decisione presa dai suoi gerarchi. In mezzo la gragnuola di pedate sugli stinchi, teste spaccate sui vetri ed inseguimenti in macchina survoltati da musiche techno – ottima la soundtrack originale di Andrea Manusso e Matteo Nesi – La belva, a differenza di riusciti connubi come Lo chiamavano Jeeg Robot o il più irrisolto L’amore non si sa, rinuncia del tutto alla contestualizzazione nostrana. L’universo produttivo del film è settato sugli stilemi del noir internazionale, lontano sia dalla romanizzazione imperante che dai periferia movie: ambientazione notturna, ragazzi che praticano rugby e mangiano hamburger in diner, forze di polizia operanti su asettici e tecnologici palazzoni. Perfino il laghetto dell’Eur, di solito ripreso in modalità turistica, aleggia in una scena minaccioso come fosse un anfratto di un canale di scolo di Hong Kong. La sacrosanta voglia di contaminazione esonda nella sponda opposta, in un occultamento diegetico che rischia a più riprese di diventare superbo distacco dalla narrazione del nostro presente. Di Martino sembra cercare i padri putativi esclusivamente oltre confine troncando sul nascere anche un possibile dialogo coi fratelli di qualche anno fa. Che sia davvero questa l’unica strada percorribile per sopravvivere nella giungla (d’asfalto digitale) di visualizzazioni Netflix?

Regia: Ludovico Di Martino
Interpreti: Fabrizio Gifuni, Lino Musella, Monica Piseddu, Emanuele Linfatti, Andrea Pennacchi
Distribuzione: Netflix, Warner
Durata: 97′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.79 (19 voti)
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