Lei mi parla ancora, di Pupi Avati

Dal romanzo di Giuseppe Sgarbi, un film sull’amore eterno che sopravvive grazie alle parole e la scrittura dove l’idealizzazione forza l’immedesimazione. Intenso comunque Pozzetto. Su Sky

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L’inizio con i Radio Boys regala l’illusione di proiettare Lei mi parla ancora dalle parti di una miniserie tv del regista tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, tra Jazz Band e Dancing Paradise. Ci sono già in quell’inquadratura tutte le tracce della memoria che ha spesso attraversato la filmografia di Pupi Avati e che riprende ancora una volta vita attraverso il cinema. Ed è anche il filo che tiene legato il nuovo film del regista con il romanzo omonimo di Giuseppe Sgarbi, da cui Lei mi parla ancora è tratto Il passato è in continua sovrapposizione con il presente. Poi ci sono i luoghi, gli oggetti. Infine le parole. Ancora in un legame strettissimo. Sono proprio queste che riattivano tutti i frammenti di una vita vissuta insieme.

Nino ha amato Rina per 65 anni. Ora che lei è morta, lui continua ancora a parlare con lei. La figlia editrice di Nino decide così di assumere uno scrittore, che sogna di pubblicare un libro tutto suo ma ancora non c’è riuscito, per far raccontare al padre la loro straordinaria storia d’amore.

Lei mi parla ancora cerca la commozione caricando a mille le emozioni. A tratti ci riesce soprattutto grazie all’intensità di Renato Pozzetto per la prima volta in un ruolo drammatico. Il momento più vivo è il ritorno a casa di Rina giovane (interpretata da Isabella Ragonese) e c’è un flash in cui la luce illumina inizialmente i suoi piedi. C’erano tutti gli elementi per trasformare Lei mi parla ancora in un film di fantasmi, quasi una specie di ghost-story che in forme più o meno dirette ha attraversato alcuni di suoi horror gotici, in particolare l’ottimo Le strelle nel fosso. Sono le improvvise illuminazioni di un film discontinuo (dovuto probabilmente anche ai problemi di produzione legati alla pandemia), che fa avvertire lo scarto nel momento in cui ritorna sulla terra: il negozio di telefonini, il treno, la stazioni, luoghi e situazioni in cui dal sogno c’è un improvviso risveglio. E soprattutto appare forzata e costruita tutta la parte del rapporto tra Pozzetto e Fabrizio Gifuni che si difende comunque con consumato mestiere. “Come fa a scrivere la mia storia se non è capace di amministrare la sua?” chiede infatti Nino allo scrittore. Un contrasto che però non viene alimentato ma solo attraversato e che funziona meglio quando i due personaggi sono separati, come nel corso della bufera di neve.

Lei mi parla ancora scivola sulla storia, l’accarezza spesso con qualche scossone come nella tensione durante il primo incontro tra Rina e la famiglia di Nino. L’idealizzazione forza l’immedesimazione, esasperando lo schema che il cinema di Avati ha usato molte volte: raccontare una storia personale come se fosse universale.- E chi non ci entra dentro resta fuori. E anche i ricordi del cineforum con Il settimo sigillo di Bergman appare solo una facile analogia per mostrare, come una preveggenza, le ombre della morte, per poi rimetterci dentro l’amore che ci sopravvive per sempre. Uno dei luoghi in cui può alimentarsi è, appunto, la casa. Con i dipinti, con i suoi oggetti, con la sua storia. Ma rispetto, per esempio, a quelle di Regalo di Natale, La casa dalle finestre che ridono e Aiutami a sognare, quella di Lei mi parla ancora è solo sfocata. E gran parte della storia che c’è dentro, è assente o non si vede.

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Regia: Pupi Avati
Interpreti: Renato Pozzetto, Fabrizio Gifuni, Stefania Sandrelli, Isabella Ragonese, Lino Musella, Chiara Caselli, Nicola Nocella, Alessandro Haber, Serana Grandi, Giulia Elettra Goretti, Gioele Dix, Romano Reggiani
Distribuzione: Vision Distribution, Sky Cinema
Durata: 90′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.43 (28 voti)
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Un commento

  • film scarso con una direzione degli attori pessima, compreso Bozzetto che interpreta se stesso, quindi nessun sforzo interpretativo e aggiungo che se un attore recita con le mani in tasca (lo scrittore e il protagonista da giovane) il regista gliele faccia cucire. Fotografia inesistente