Malu, di Edmund Yeo

Una ghost-story dove i fantasmi sono i rapporti mancati tra due sorelle, filmata dal regista malese con mano delicata. Domani sera a Roma al Farnese per l’Asian Film Festival

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Essere sorelle, al cinema, è complicato quasi quanto nella vita. E quando si è allo stesso tempo figlie di una madre alcolizzata e con tendenze suicide, il rapporto si carica di ulteriori difficoltà che rischiano di minare alla base una delle più profonde relazioni di sangue che esistano. In Malu, del regista malese Edmund Yeo, la storia ruota appunto attorno a due sorelle, Hong (MayJune Tan) e Lan (Sherlyn Seo), che vivono con la genitrice in un piccolo villaggio di pescatori della nazione del Sud-est asiatico. Quella che nei primi minuti sembra una narrazione placida di giochi d’infanzia viene subito destabilizzata da alcuni gesti spropositatamente violenti (un duro schiaffo in faccia per un pianto che non accenna a terminare) da parte della madre (Lynn Lim) che rivelano una natura probabilmente ed irrimediabilmente scossa dall’assenza del marito, assente significativamente dalla scena. Hong è più grande di Lan solo di qualche anno ma nell’infanzia questa differenza marca con nettezza compiti e perfino caratteri: mentre la più piccola vive tutto sommato con innocenza l’ardua quotidianità, la più grande si sente caricata di responsabilità e sviluppa un’aperta ribellione. Un giorno assolato, con le onde che si rifrangono quiete sui tralicci di legno della banchina del porto, la madre lega a sé le sue due figlie con una corda di nylon cercando il coraggio di annegare i suoi problemi nel mare portando con sé la famiglia. Il tentato suicidio/omicidio convince la nonna (Seck Fookyee) a rapire Hong crescendola da sola in un ambiente borghese lontano e separando di fatto le due sorelle per ben 20 anni. Le due ragazze si ritroveranno infatti solo per la morte della madre, entrambe cambiate e alle prese con i fantasmi del passato e del presente. Malu rinuncia al potenziale melodrammatico della storia e perfino al sentimentalismo concentrandosi su una sceneggiatura piena di sentimenti non detti ma chiaramente esplicabili.

La caratteristica precipua del film è infatti di accumulare una serie di fatti significanti attraverso continui salti temporali che mostrano le conseguenze anche a distanza di tempo di dolorose decisioni. Se Hong può recriminare sulla vita insignificante di Lan è perché lei ha avuto una base di partenza, emozionale e ambientale, migliore. Andandosene bambina da quel contesto familiare tossico e ricevendo un’educazione benestante ha potuto fare della propria emancipazione un vessillo da esibire sin dal primo incontro con la sorella fumando sigarette alla maniera occidentale. Lo sbandamento psicologico di Lan invece, evidente proprio perché trattenuto da una maschera forzata di impassibilità, è stato determinato – o anche solo determinabile, ha la stessa importanza – dalla forzata sosta nel piccolo paese di pescatori lontano dai centri urbani come Kuala Lumpur. Proprio quando la ragazza, più tardi, riuscirà a trasferirsi nella capitale intraprenderà una vita all’insegna della dissolutezza. I suoi incontri con uomini misteriosi ed altrettanto misteriosamente avvinti a lei e quelli dal sapore saffico con una giovane commessa sono tratteggiati da Yeo senza rimbrotti morali ma vagheggiati in maniera sincopata ed onirica.

La scelta di non dare mai un’impronta cinematografica netta (de-saturazione, b/n o dissolvenze) alle diverse linee temporali che vengono raccontate contribuisce a sospendere il giudizio critico dello spettatore, pienamente responsabilizzato a credere autonomamente se quello che vede sia una proiezione delle due protagoniste oppure un dato reale. Il giovane regista nato a Singapore, cresciuto in Malesia e attualmente residente in Giappone, dove Malu ha ottenuto buoni riscontri di critica e pubblico, connota inoltre il suo terzo film di una prospettiva pan-asiatica che fa del suo film una specie di crocicchio d’influenze. Se il segmento giapponese ricorda, per colori e scenografie, il Wong Kar-wai dei recentemente rimasterizzati In the mood for Love e Hong Kong Express, l’attenta e mai invadente introspezione operata sui personaggi e sui legami richiama tanto cinema di Hirokazu Kore’eda. Oltre gli inevitabili rimandi cinefili esterofili di un regista che in patria subisce le angherie della censura, Malu resta comunque un’opera densa e sottilmente magnetica, capace di inondare la visione di un turbamento persistente e, come le acque chete, di sgretolare perfino le sedimentate certezze sull’affetto tra sorelle.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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