Non ci resta che il crimine, di Massimiliano Bruno

La copiatissima scenetta del kebabbaro che ti riempie il panino mentre parla in romanaccio, ripresa in decine di corti e lunghi aventi come atmosfera la nuova Roma risvegliatasi improvvisamente multietnica, probabilmente non è mai riuscita davvero a raccontare cosa significa vivere nella capitale oggi. Ma soprattutto quello sketch, riciclabile a piacimento sostituendo la figura principale con venditori di frutta e/o pizzaioli di etnia mediorientale,  non ha fatto mai veramente ridere. Forse perché a Roma le risate sono sempre più amare. E di piangere si piange anche meno. Allora Non ci resta che il crimine.
Perché se raccontare la contemporaneità all’ombra del Cupolone è questione assai complicata, c’è un immaginario ancora vivissimo su cui poter fantasticare ed intrecciare storie, quello della Banda della Magliana.  
A dire la verità, tra i pochissimi autori di commedia in grado di filmare Roma «dal basso» c’è e continuerà ad esserci Massimiliano Bruno. E chi sa cosa direbbe oggi il Lionello/Rocco Papaleo di Nessuno mi può giudicare, dopo anni di (presunta) integrazione e mutamenti di costume. Sì, ci meritiamo Nanni Moretti e ci meritiamo anche Max Bruno.

Perché alle volte serve evadere dai deliri della città, infilandosi in un varco spazio-temporale, dalle parti del bar San Calisto in Trastevere, che ci riporti direttamente ai tempi dei mondiali di qualche anno fa. Non però quelli delle Notti Magiche di Italia ’90, bensì quelli epici di Spagna ’82.
In Non ci resta che il crimine a finire imprigionati nel tempo son un gruppo di sconclusionati cinquantenni. Moreno (Marco Giallini), mitomane della Banda della Magliana che vuole «fare i soldi con la pala» proponendo ai turisti un tour della criminalità. Poi l’enciclopedia vivente del calcio Giuseppe (Gianmarco Tognazzi) ed il Sebastiano grosso e giuggiolone interpretato da Alessandro Gassmann. L’Italia intera è in fermento, Paolo Rossi e Altobelli spingono gli azzurri sempre più vicini alla finale, ma i tre «marziali a Roma» non riescono a godersi il revival, intenti come sono a sopravvivere ai soprusi di Renatino (Edoardo Leo) e la batteria della Magliana. Non ci resta che il crimine

In una ideale classifica dei film italiani che negli ultimi mesi hanno cercato di rinnovare il genere – la maggior parte dei quali portano la firma di Nicola Guaglianone – Non ci resta che il crimine è uno dei prodotti più intelligenti. Il lavoro di contaminazione tra commedia e poliziottesco è questione interessante, che funziona soprattutto nell’intuizione di voler riproporre una certa grammatica filmica propria dei film di Tomas Milian. Tendine e split screen recuperano la parte più pop dell’Urbe, raccontando un centro storico alla portata di tutti e non dei soli intellettuali che vagano di notte alla ricerca del senso delle cose.
Ciò che davvero manca però è la romanità. Manca quella capacità di rendere comica una lingua che, ad esempio, pullulava di saggezza all’amatriciana in Romanzo Criminale – La serie, e che in Lo chiamavano Jeeg Robot Guaglianone e Menotti erano riusciti ad imprimere sui loro personaggi.
Mai come in Non ci resta che il crimine si sente la nostalgia di quei caratteristi come Mario Brega, Angelo Bernabucci o i fratelli Carotenuto. Senza di loro le atmosfere trasteverine rimangono disegno bidimensionale ad uso e consumo dei protagonisti Giallini ed Ilenia Pastorelli. Una buona alternativa sono sicuramente Marco Conidi (frontman della romanissima Orchestraccia) nei panni dell’allibratore clandestino che accetta le scommesse sui Mondiali, oppure il «pasoliniano» Emanuel Bevilacqua che fa Er Bove.
Di questo però a Bruno e soci non se ne può fare di certo una colpa. Quella comicità romana, ahinoi, è perduta.
E l’alternativa non potrà mai essere il kebabbaro che dice «pure scipuola?»

 


Regia: Massimiliano Bruno
Interpreti: Gianmarco Tognazzi, Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Edoardo Leo, Ilenia Pastorelli, Massimiliano Bruno
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 102′
Origine: Italia, 2018

Un commento

  • ntono valengher
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    Una parodia di Romanzo Criminale, con un pizzico di non ci Resta che Piangere e Ritorno al Futuro: si ride dall’inizio alla fine, comicità romanesca, come va di moda ora, magari fuori dal G.R.A. può non essere apprezzata. Vero è che gli attori recitano sè stessi, soprattutto Giallini non esce mai dal solito personaggio. Ilenia Pastorelli bona cosmica!