Normale, di Olivier Babinet

Perde la spinta sul finale, forse, ma è un lucido saggio a misura di teenager su verità e vetrinizzazione di sé che prevedibilmente dà il meglio di sé quando il banco salta e la recita finisce

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È un cinema sempre più chiaro, quello di Oliver Babinet, attento al racconto della famiglia ma soprattutto affascinato dalle forme in cui l’adolescenza prende piede in zone di sofferenza, raccontate con atteggiamento sognante e spirito cinefilo. Pare, per certi versi, un epigono di Gondry, a tratti, di quello più giocoso e stradaiolo di Block Party, il cui spirito, per certi versi, si faceva già strada nel precedente Swagger, che raccontava i giovani delle banlieu saltando dalle forme del documentario a quelle del musical.

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E Normale sembra un sequel di quel film, a cui il regista arriva con un fluido movimento di macchina, come un carrello che si allontana dai quartieri popolari di Parigi, si sposta nella provincia francese e si posiziona nella quotidianità di Lucie, giovanissima teenager costretta ad essere l’adulta della casa per accudire il padre, malato di sclerosi multipla. Il fragile equilibrio costruito negli anni da Lucie, che ama creare storie e perdersi nei suoi pensieri per scappare dalla sua difficile situazione finirà in pezzi quando la visita di un assistente sociale rischierà di farla allontanare per sempre dal padre.

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Ma, ancor meglio, si potrebbe dire che Normale di Swagger è soprattutto un sequel ideologico, che porta a compimento la riflessione su linguaggio, immaginario e finzione che già innervava quel film. Ce lo dice già la stessa Lucie, narratrice interna della sua storia, lucidissima nel prendere atto di essere un’entità duale, ferma ma in fuga tra le immagini. Il meglio Normale lo dà quando Babinet si muove a briglia sciolta tra le suggestioni, come il Gondry (ancora) di Be Kind Rewind, quando ricrea interi immaginari, interi generi in una manciata di inquadrature, tra l’horror a bassa fedeltà e quello stranissimo zoom sul braccio del ragazzino che Lucie ama segretamente, quasi un retaggio della sensualità dei melò francesi degli anni ’80. Si tratta di spunti vivissimi che però Babinet non sembra voler mai sviluppare davvero. Ma forse fa tutto parte del gioco, tutto sottostà alle regole di un film che pare voler ragionare con chiarezza sulle dinamiche del suo mondo. E ammetterne la finitezza, i limiti, il continuo riposizionamento, e, in tralice, riconoscerne il paradosso, portare in primo piano quanto le fantasie di Lucie siano le più controllabili, leggibili, di quelle di uno spazio sociale sociale in cui tutti, da suo padre ai suoi compagni di scuola, interpretano un ruolo diverso da quello reale.

Ma lo fanno, beninteso, per alleggerire il peso di una vita a volte insostenibile, difficile, come per un riflesso, un meccanismo di difesa che aiuta a ridefinire il senso di cosa sia normale, oggi.

Normale

Per questo Babinet ci tiene a lasciar loro il palco per fare ciò che, in fondo, avrebbero fatto comunque. A colpire, allora, sono tutti quei momenti del film in cui, non senza ironia, la regia fa saltare i meccanismi, gioca a riscrivere i generi e le linee tematiche del racconto, spinge i personaggi fuori dai loro filtri performativi, come quando il padre di Lucie si fa male durante una sequenza quasi da musical e la musica, prevedibilmente, salta, oppure quando riattraversa cinicamente le dinamiche della rom com attraverso il racconto dell’amore impossibile tra Lucie e Etienne.

Babinet non giudica mai. Semmai, come un trickster, tra identità velate, malattie nascoste da una chat e recite per superare indenni la visita dell’assistente sociale si diverte a portare il meccanismo di “occultamento” allo sfinimento.

E quando il mondo va in mille pezzi, in quell’urlo rabbioso con cui Benoît Poolveorde manda in camera sua la figlia e decide di interrompere la finzione, il respiro è quello dell’appassionato dramma di periferia, sebbene i suoi contorni siano un po’ troppo rigidi.

Dopo quello che sembra essere l’unico momento di verità possibile per il mondo orchestrato da Babinet la sensazione, sottotraccia, è che Normale disperda leggermente la sua spinta. Nell’ultimo atto il film rientra forse troppo velocemente nei ranghi di una convenzionalità, che stona a fronte degli exploit precedenti. Sceglie la via più facile per chiudere, lo fa, tra l’altro, con una strana fretta ma trova il tempo per un ultimo affondo. Gioca in effetti per l’ultima volta con l’immagine che cerca di sé Lucie, si allontana da lei proprio nel momento in cui è uscita dalla sua illusione, riconoscendo, forse, quanto il suo sguardo, il cinema, non le occorrano più.

 

Titolo originale: id.
Regia: Olivier Babinet

Interpreti: Benoît Poelvoorde, Justine Lacroix, Joseph Rozé, Steve Tientcheu, Sofian Khammes, Saadia Bentaïeb, Geoffrey Carey, Mayline Dubois, Candice Bouchet
Distribuzione: No.Mad Entertainment
Durata: 87’
Origine: Francia, Belgio 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6
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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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