Quando c'era Berlinguer, di Walter Veltroni

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La paura del repertorio è la questione centrale intorno a questo lavoro di Veltroni, il cui fallimento più grande è non riuscire in alcun modo a dare nelle sue due ore un'immagine, un quadro, un racconto dell'Italia che la parabola di Berlinguer attraversa e disegna con forza. Ne viene fuori una concezione di memoria patinata e disinnescata, depotenziata, disarmata

quando c'era berlinguerCi sono almeno tre o quattro incipit di film diversi nel primo quarto d'ora del documentario firmato da Veltroni: un paio di questi, se sviluppati, avrebbero potuto portare a un film senza Lorenzo Cherubini.
Così com'è, Quando c'era Berlinguer riesce invece nell'impresa di non percorrere sul serio nessuna delle strade tentate dall'autore, e soprattutto rischia più volte di affossare la vivida potenza del repertorio, utilizzato in maniera particolarmente indecisa (non arriviamo a consigliare a modello il lavoro altissimo di Gianikian e Ricci Lucchi ma un'occhiata, per dire, al Ken Loach di The Spirit of '45…). Un esempio su tutti: l'ultimo, soffertissimo comizio di Berlinguer è uno dei footage più devastanti e clamorosi dell'immaginario italiano su nastro, ma Veltroni sente il bisogno di rafforzarne il sentimento facendolo annunciare dal lungo racconto di quegli stessi momenti fatto dal commosso e fidatissimo gorilla personale del Segretario del PCI, che di fatto descrive quello che poi le immagini ci mostreranno. Il risultato potrebbe paradossalmente essere quello di depotenziare, disarmare il repertorio, ma fortunatamente, com'è chiaro, Berlinguer resiste (alcuni suoi passaggi tv recuperati dal documentario restano ancora oggi vertiginosi).

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E' evidente che Veltroni non si è posto il problema dell'archivio, concentrato com'è invece sull'aspetto divulgativo del suo lavoro, aspetto che pure non risulta in verità granché stratificato (e decidiamo di tacere sul tremendo espediente del “microfono aperto” dell'intro a tema chiedi-chi-era-Berlinguer). Eppure questa paura del footage è la questione centrale intorno a questo lavoro di Veltroni, il cui fallimento più grande è non riuscire in alcun modo a dare nelle sue due ore un'immagine, un quadro, un racconto dell'Italia che la parabola di Berlinguer attraversa e disegna con forza: se questo è un aspetto che non ci viene restituito, funziona poco, se non ad un livello di facile metafora, anche l'espediente di rivisitare con l'occhio dell'obiettivo i luoghi di un racconto privato e intimo della vita del protagonista, per trovarli oggi vuoti e disabitati.
E dire che c'era un repertorio che, voce off in prima persona di Veltroni che ricorda quegli anni, poteva forse mostrarsi per essere una via più coraggiosa e inedita a questa biografia: il rapporto per l'appunto tra l'autore e la figura, l'icona di Berlinguer, mostrato in timidi frammenti da super8 girati dal giovane Walter in giro per comizi e manifestazioni, poteva davvero diventare una chiave di lettura in molti sensi sorprendente, ma subito abbandonata dal nostro narratore.

E così Quando c'era Berlinguer sembra consegnare ulteriormente la nostra memoria ad una visione sorrentiniana della storia d'Italia – la suggestione di Toni Servillo che legge alcune lettere di Berlinguer è davvero forte, rafforzata da quel movimento di pura grande bellezza a fasciare le statue di Piazza San Giovanni che hanno visto le folle oceaniche dei funerali (stacco sul repertorio): una memoria patinata e disinnescata, depotenziata, che da un lato incorpora Alberto Franceschini ma dall'altro svicola clamorosamente sugli anni di piombo e su Moro. Ma su questo, ci sembra di ricordare, c'è un vecchio film di Sorrentino.

Regia: Walter Veltroni
Interpreti: Giorgio Napolitano, Richard Gardner, Alberto Menichelli, Emanuele Macaluso, Alberto Franceschini, Eugenio Scalfari
Origine: Italia, 2014
Distribuzione: BIM 
Durata: 117'

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2 commenti

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    Avete perso l'occasione per evitare l'ennesima figura di m****. Ignorate non solo il cinema ma anche un pezzo di storia politica dell'Italia. La salvaguardia della memoria come conoscenza e lo spirito civile non sono valori del vostro DNA

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    Non ho capito il commento, ho visto il film e mi é sembrato inutilmente agiografico. Questa idea di santificare i politici degli anni 70, prima con Moro e ora con Berlinguer, mi appare una totale menzogna sui danni politici e culturali che Pci e Dc hanno causato al nostro paese, proseguito in questi anni di duopolio Pd forza italia. A proposito, avete notato che oggi quelli "di sinistra" sono obamiani e quelli di destra putiniani? Buffo che gli ex comunisti siano americanizzati e i conservatori siano filo russi, un bel segno di come la politica italiana sia insensata e impazzita da anni. E non saranno questi finti documentari a restituirci il paese che vogliamo