ShorTS IFF 2020 – The Trouble With Nature, di Illum Jacobi

«Il poeta contempla la natura meglio dello scienziato».

È una vecchia diatriba che ci guida la mente a più o meno vaghe reminescenze artistico-letterarie liceali, quella sollevata dall’aforisma del poeta tedesco Novalis. Come a dire che la scienza ed il razionalismo non possono spingersi a cogliere la sublimità endemica della natura, non possono andare così oltre, e varcare quelle soglie dove solo il daimon geniale dell’artista, del poeta veggente, dell’animo malinconico e saturnino nel suo atto creativo di fede, arrivano. Per i romantici come Novalis, la natura è misteriosa, oscura, perturbante e grandiosa, un qualcosa che l’uomo, infinitamente piccolo, non può far altro che contemplare, o in cui leopardianamente può annegare, osservandovi estasiato, dall’alto, l’incontenibile caos; proprio come nel quadro forse più squisitamente romantico della storia dell’arte, massimo esempio pedagogico dello spirito del tempo, dipinto da Friedrich nel 1818: si parla naturalmente di Viandante nel mare di nebbia, opera celeberrima che si aggira come uno spirito perpetuo nel film d’esordio del regista danese Illum Jacobi, presentato in anteprima mondiale al cinquantesimo Festival Internazionale del Cinema di Rotterdam (50th IFFR), ed ora per la prima volta in Italia allo ShorTS Film Festival di Trieste. Intitolata The Trouble With Nature, l’opera deve molto alla pittura paesaggistica di fine Ottocento e non a caso. È infatti uno spaccato della vita del filosofo irlandese naturalizzato britannico, Edmund Burke, autore del trattato dal titolo Un’indagine filosofica sulle nostre idee del Sublime e del Bello, pietra miliare della disciplina estetica, pronto, all’epoca, a destare l’attenzione (e le critiche) di filosofi e teoreti del calibro di Immanuel Kant. Romantico ante litteram – sancendo così l’ufficiale presa distanza dal rigore del “bello” neoclassico – per il filosofo inglese «è l’oscurità che contiene il sublime. Tutto ciò che può destare idee di dolore e pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile, o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore, è in un certo senso sublime». 

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Il regista sceglie di raccontare un momento preciso e sensibile nella biografia di Burke (interpretato da Antony Langdon), quando, povero ed in piena impasse creativa, aveva deciso di abbandonare l’Inghilterra per rintanarsi nelle Alpi, nel tentativo di riscrivere, a più di dieci anni di distanza, l’opera che l’aveva reso famoso. In questo grand tour naturalistico non è solo, ma accompagnato dalla domestica Wank (Nathalia Acevedo), proveniente dalle colonie delle Indie Occidentali. Due mondi e due modi di percepire e vivere la natura, diametralmente opposti, che richiamano alla mente le suggestioni post-coloniali e ontologiche lanciate da Malick in The New World. Ma non è finita qui, perché nello skyline alpino, terra cara al regista Jacobi che ha all’attivo una carriera di documentarista di montagna, l’eco di un altro capolavoro del cineasta americano, si fa prepotente: lì, nelle valli e nei boschi, The Trouble With Nature rilegge a suo modo tutti quegli interrogativi irrisolti sulla finitezza dell’uomo messi in campo in A Hidden Life.

Un uomo alla ricerca della bellezza, un viaggio ‘on the road’ bagnato da una luce naturale fredda, chirurgica, scelta accuratamente da Jacobi – che oltre alla regia ha firmato anche la fotografia – quasi a sottintendere l’impossibilità di questa sfida fitzcarraldiana. Qui infatti non si tratta di far passare una nave tra le montagne, bensì della pretesa tracotante tutta umana di cogliere e fissare a parole la grandezza e il mistero della natura; in altre parole, a dominarla.

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E allora la vera domanda forse non è cosa sia il Bello e cosa il Sublime ma, piuttosto, chi è il padrone, l’uomo o la Natura? Alla medesima domanda, in tempi non lontani da quelli di Burke, un grande poeta faceva finire uno sventurato islandese sepolto sotto «un mausoleo di sabbia», punito per aver osato sfidare in un duello dialettico Madre Natura. Oggi nella nuova era geologica detta antropocene il rapporto di forza sembra ahimè essere invertito. Ed ecco che il servo diventa padrone.

L’unica soluzione dunque per poter vivere in questo scenario è quello di «stay with the trouble», come direbbe Donna Haraway, e forse non è un caso che Illum Jacobi, abbia usato proprio questo termine nel titolo del suo film.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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