Sound Of Metal, di Darius Marder

L’esordio di Darius Marder, già collaboratore di Derek Cianfrance, risulta molto più convincente come riflessione sul rapporto tra mondo analogico e digitale. Su Amazon Prime Video

Ad un occhio disattento, Sound Of Metal, l’esordio di Darius Marder, pare avere il passo dei mélo di Derek Cianfrance. Il dramma del batterista Ruben, che perde improvvisamente l’udito e si ritrova prima a rifiutare e poi ad abbracciare la sua nuova condizione di non udente, non è in fondo così diverso da quelli che coinvolgono i protagonisti del cinema del regista americano, ma il rapporto tra Marder e il regista di Blue Valentine è molto più profondo di quello che intercorre tra un esordiente e un suo autore di riferimento. Sound Of Metal sarebbe dovuto essere infatti un film di Cianfrance, che poi si è ritrovato a dover cedere il progetto al suo collaboratore Marder dopo averne curato il soggetto. Il film nasce dunque a partire da una serie di fratture, quella tra il film come sarebbe potuto essere secondo Cianfrance e il prodotto di Marder, ma anche dal conflitto tra un racconto chiuso in sé stesso della caduta e della crescita di un musicista e un approccio che usa la narrazione come strumento per porre domande alla dimensione mediale con cui il film entra in contatto.

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Non stupisce che il terreno malfermo su cui poggia il film generi insicurezza in Marder, che più volte si interroga su quale sia l’approccio più adatto per raccontare la sua storia. Dapprima pare attratto dalla vivacità con cui Chazelle racconta la musica dal vivo ma poi si ritrova a suo agio proprio con lo stile di Cianfrance, di cui con il tempo assimila i tratti essenziali inizialmente solo accennati, salvo poi adagiarsi su di essi a tal punto da sviluppare la storyline in maniera tanto classica quanto prevedibile.

È chiaro tuttavia che l’approccio di Cianfrance a Marder in realtà sta stretto. Più che un melodramma puro, Sound Of Metal vuole essere infatti una riflessione sul senso della perdita, sulla ripartenza, sulla riscoperta di sé dopo che si è stati privati di qualcosa che si dava per scontato.

Ciò che interessa davvero a Marder è quindi il corpo di Riz Ahmed, il luogo fisico in cui si sviluppa questa negoziazione tra dramma e rinascita, e non è un caso che a partire dalla fisicità del suo attore la regia trovi il coraggio di ampliare lo spettro della sua riflessione aprendo il film ai suoi momenti più compiuti. Attraverso un attento lavoro di sound design, lo spettatore si ritroverà dunque a volte a condividere il punto d’ascolto di Ruben, immergendosi nell’ovattato silenzio che circonda il musicista. La drammaturgia del suono smaterializza il corpo di Riz Ahmed, lo fa indossare allo spettatore ed il sonoro diventa probabile fulcro dell’ennesima riflessione sull’immersione di un utente in ambiente digitale, seppure sia evidente che le ambizioni di Marder sono differenti.

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Alla regia interessa piuttosto il rapporto tra linguaggio e dimensione analogica. Mander studia il silenzio, il gesto fisico non mediato dal digitale, stimola un ritorno alla pura sensibilità e al contatto tangibile in un reale ormai filtrato dalle piattaforme e dal web 2.0. Da questo punto di vista il film è l’ultimo tassello di quella linea tematica tutta rivolta alla critica del digitale che fa capo a David Sax e al suo The Revenge Of The Analog ma che non nasconde neanche i debiti con progetti coevi e affini per tematiche o stile come The Tribe e The Vast Of Night. Marder tuttavia è forse il primo che affronta la questione con un evidente estremismo, che già si intravedeva in una lettura della sordità come limite da accettare a tutti i costi e che si evidenzia anche nel suo rapporto con la tecnologia, considerata uno strumento di contraffazione della realtà da rifiutare quasi senza appello.

Al di là della performance centratissima di Riz Ahmed, Sound Of Metal riesce dunque solo ad emulare fiaccamente le atmosfere del cinema di Cianfrance, ma al contempo è indubbio che ci si sta confrontando con un prodotto profondamente consapevole dello spazio d’azione e del contesto socioculturale con cui entra in contatto, che Marder legge con inaspettata profondità, sebbene ceda a volte ad un’impulsività nelle argomentazioni tipica degli esordienti.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.76 (17 voti)
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