#TFF41 – Il cinema antico di Sergio Citti

Ripercorriamo la sua carriera in occasione della retrospettiva con i temi, volti, vizi e virtù tra i personaggi delle borgate del suo cinema con un nonsense dettato da una anarchia solitaria.

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Quanto a me, pongo Sergio tra Sandro Penna e Moravia. A Sandro Penna egli assomiglia per la totale e quasi santa libertà, l’anarchia assolutamente priva di aggressività, così naturale da non opporsi in alcun modo allo stato di vita degli altri (tutti schiavi!) come alternativa: a Sergio non salterebbe mai in mente di pretendere di offrirsi come esempio o di fare l’apostolato (ch’è sempre terroristico) della sua anarchia. A Moravia egli assomiglia per la rapidità dell’intelligenza e il pessimismo.
Pier Paolo Pasolini in “A Sergio Citti di cuore” in “L’Unità” 21 settembre 2003, p. 22

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A volte resta utile chiedersi cosa sarebbe stato Pasolini regista cinematografico se non avesse avuto la fortuna di incontrare i fratelli Citti che lo hanno introdotto, come mentori sapienti, nel mondo di una Roma viva e lontana da ogni interesse del cinema, rude, ma tenera di sentimenti che serpeggiavano tra le borgate e i suoi abitanti.
Franco e Sergio Citti sono stati, dunque, alcuni dei più fidati compagni di viaggio del poeta regista in quella parte della sua carriera artistica dedicata al cinema, mentre febbrilmente si dedicava a mille altri progetti di scrittura e di intervento.
Oggi entrambi scomparsi, i Citti hanno però segnato con la loro presenza una parte affatto trascurabile della storia del nostro cinema. Su Franco si era detto nell’immediatezza della sua morte, la retrospettiva del TFF41 riporta al centro dell’attenzione il cinema filosofico e popolare di Sergio Citti. Una filmografia nella quale si respira quella stessa aria che insiste nelle trame pasoliniane, pur differenziandosi da quel cinema in un tocco meno esplicitamente letterario, quanto, invece, più istintivamente letterario e colto. Si ha sempre avuto la precisa impressione guardando le opere di Sergio Citti della sua spontanea cultura dettata da un sapiente sguardo sul mondo e dall’avere via via assorbito, con umiltà e dedizione, gli insegnamenti dei suoi amici letterati, nei confronti dei quali poteva vantare una sua originaria e naturale versatilità nel relazionarsi con un mondo che conosceva bene. Un mondo dentro il quale vive una umanità emarginata che ha saputo portare sullo schermo con la sua poetica rarefatta e sincera, veicolando le cattiverie e la insinuante violenza che abita l’animo di quei personaggi in un asciutto e mai edulcorato spettacolo fatto di piccole assurdità, di quel teatro umano di cui volle essere mentore.

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Sergio Citti ha collaborato con molti autori, è stato consulente di Bolognini e Fellini, oltre che del già citato Pasolini, ha partecipato ad alcune sceneggiature per Pupi Avati, attraversando dunque il cinema italiano prima di approdare alla regia nel 1970 con Ostia, nel quale la fratellanza diventa racconto raggelante e surreale di una condizione umana in quel primitivo valore delle relazioni. Ostia è nato anche grazie alla decisiva partecipazione al progetto di Pasolini, e questo film, come il successivo Casotto del 1977, è forse il suo più famoso, rappresentando perfettamente l’andatura del suo cinema che sembra realizzato direttamente dentro le vene sanguigne di quella popolana essenza che vuole mettere in scena. Nel rapporto tra i due fratelli del primo film e la favola morale fatta di intermezzi ai limiti di un nonsense a tutti accessibile, vere e proprie illuminazioni, Citti sa cogliere il senso di quella anarchia solitaria che domina la scena, trasmettendo il desiderio del racconto di quella cultura ignorante dei borgatari, relegata al silenzio e all’accettazione da un sapere antico strumento di sopravvivenza. Per questo il cinema di Citti si identifica con la solitudine di un intero mondo emarginato che non ha aspirazioni borghesi, ma che resta ancorato ad una cultura propria, lontana da ogni perbenismo, che orgogliosamente l’autore rappresenta e testimonia.

Ha saputo sempre raccontare la sua Roma popolaresca e nel film dedicato a Gioacchino Belli, Storie scellerate del 1973, nel quale la città, nei racconti dei due che aspettano l’esecuzione della condanna a morte, diventa un dedalo di storie che sa guardare con disincanto e sincera partecipazione ad una intera comunità che anche se brutta, sporca e cattiva, resta portatrice di autentiche verità da rivelare al resto del mondo.
Di questa pasta è fatto Casotto, costruito su intermezzi con il sale di una sotterranea brutalità, a partire dalla ragazzina incinta ambientato, in una cabina balneare che ospita la più varia umanità. L’impianto teatrale nello spazio sempre uguale della scena, enfatizza i corpi e le figure in un susseguirsi di imprevedibili microstorie in una improbabile estate.
Il pessimismo di un destino già scritto aleggia su Due pezzi di pane del 1979, storia di due suonatori ambulanti, interpretati da Noiret e Gassman, segnati da una povertà invincibile e da un destino cattivo. Una fiaba nera che sembra preludere ad un senso di conclusione di ogni speranza. La stessa atmosfera che sembra incombere su Il minestrone del 1981, dove, dopo il ferreriano La grande abbuffata, il binomio cibo e morte domina la scena. Uno dei pochi film che vede tra i suoi interpreti anche Giorgio Gaber.

Un cast di tutto rispetto, che comprende Vittorio Gassman, Carol Alt, Malcolm McDowell e Mariangela Melato oltre che un giovane Sergio Rubini, dà vita a Mortacci del 1989. È una riflessione amara sulla morte come continuazione della vita in una immutabile condizione di vizi e virtù. Un racconto che accentua il profilo favolistico-morale del cinema di Citti, che trova un suo ulteriore approdo in un film complesso e semplice, smarrito eppure così diretto, puro, chiaro, contro ogni intellettualismo, I Magi randagi del 1996. In cui la poetica di Citti sembra decantare in quella povertà esibita e nei suoi paesaggi di una Italia fuori moda. Un cinema essenziale e ricchissimo. Cartoni animati del 1998, Vipera del 2001 e Fratella e sorello del 2005 avrebbero chiuso la sua carriera.
Un cinema che resta antico, come ebbe a dire Silvio Orlando, un cinema però che ha saputo toccare i temi, i volti, i vizi e le virtù di una Italia senza cantori dopo la scomparsa di Pasolini, di cui Citti non è stato un epigono, ma maestro e saggio e pensante discepolo.

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