Visions du Réel 2023 – Intervista a Guillaume Brac

In occasione della presentazione del suo ultimo film, Un pincement au coeur, dedicato a Linda e Irina, due adolescenti del nord della Francia, il regista parigino ci ha raccontato il suo lavoro

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A Nyon per presentare il suo ultimo lavoro, Un pincement au coeur, mediometraggio girato nell’Alta Francia e incentrato sull’amicizia fra due liceali, Guillaume Brac ha spiegato il suo metodo registico e ha anticipato qualche progetto futuro.

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All’interno del film Linda spiega ad Irina come non avere piani sia preferibile in quanto le nostre aspettative non potranno essere deluse. Per questo film tu non hai preparato una sceneggiatura e hai lasciato che fosse il set a guidarti, facendo un po’ quello che intende Linda. Pensi che questa strategia sia vera? Oppure è un’arma a doppio taglio?

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Non è la prima volta che mi metto nella situazione di girare un film senza avere quasi niente pronto prima. Fino a qualche giorno prima delle riprese non avevo idea di cosa avremmo fatto. Non è facile, è veramente una vertigine. Credo fortemente che lavorando così su certi progetti succedano cose che non avresti mai potuto immaginare o prevedere. Se mi fosse stato chiesto di scrivere questo film in anticipo, avrei dovuto fare un lavoro corale, avrei dovuto cercare di trovare argomenti che riguardassero la giovinezza in maniera generica. Sarebbe stato un po’ didattico e probabilmente non avrei probabilmente pensato di fare un film sulla crisi di un’amicizia. Poco dopo aver lavorato a questo film ho cercato di scrivere un lungometraggio simile con la stessa trama, ma ho avuto l’impressione che la vita reale mi avesse portato a cose molto più interessanti rispetto a quello che avevo provato a immaginare. Anche l’altro documentario che ho girato, Treasure Island, è stato fatto nello stesso modo, quando arrivavo sul set al mattino non avevo idea di cosa avremmo fatto. Ci sono giorni in cui va tutto male e altri in cui accadono dei miracoli e credo che serva abbastanza coraggio per mettersi in una situazione così rischiosa. Nonostante tutto però, sono convito che girare film in questo modo mi abbia permesso di realizzare cose che non avrei mai potuto ottenere altrimenti.

Come si inserisce questo documentario all’interno della tua carriera? Come dicevamo prima non è il primo che giri, nonostante tu ti sia dedicato parecchio anche alla finzione. Nel tuo cinema però si cerca sempre di evitare la Parigi stereotipata e scontata, definiresti questa come una scelta poetica?

Per me girare un film è una specie di parentesi. I miei lavori sono spesso ambientati in vacanza, per qualche giorno fuori dalla quotidianità. Lo stesso vale per noi della troupe. Essere lontano da casa, dato che in Francia la maggior parte delle persone che lavorano nel cinema vive a Parigi, permette di vivere un po’ quella parentesi, quella vacanza. Di fatto quello che mi interessa, sia nel documentario sia nella finzione, non è tanto di raccontare persone che siano a priori lontane da me, ma cerco quanto più possibile di trovare qualcosa in loro che mi somigli o che sia in qualche modo universale. Qualcosa che vada oltre le restrizioni geografiche o sociali. Può darsi che un giorno farò un film a Parigi, non è da escludere, ma è vero che per il momento ho cercato di evitarlo.

Quanto materiale avevi per Un pincement au coeur? Ci sono stati molti tagli dato che il film è stato girato in un liceo con tanti studenti? Ci sono state delle cose che avresti voluto inserire e che non sono state poi incluse nel film?

No, perché le riprese sono state molto brevi, due settimane. Io ho chiaramente girato insieme a tutti gli studenti, che erano fra i 10 e i 12. Nonostante avessi già capito che il documentario si sarebbe sviluppato a partire da Linda e Irina ho chiaramente coinvolto tutti, in quanto questo film mi è stato richiesto in tal modo. Con le due protagoniste ho girato solo sei giorni e quindi credo proprio che tutte le scene che abbiamo girato insieme siano entrate nella versione definitiva del film, aggiustate chiaramente dal montaggio. Non ci sono scene con loro che siano completamente sparite dal film, anche se spesso sono state accorciate per questioni di tempo. Invece per Treasure Island avevo circa 200 ore di girato ed è stata necessaria una grande selezione. Ciò nonostante io penso che quando si lavora con un buon montatore, tagliare delle scene, più che un lavoro in negativo, sia di fatto un modo di rendere il film più forte, di mettere in risalto le cose che rimangono.

Le due protagoniste sembrano create per recitare, hanno una chimica incredibile, una forte intimità e tempi comici quasi perfetti. Come è stato dirigerle?

Diciamo che si è sempre trattato di un’intimità molto rispettosa. Io non ho mai incontrato i loro genitori o i loro fratelli per esempio e non sono nemmeno stato a casa loro. Credo che sia semplicemente la complicità fra loro due faccia sì che tutto il resto scompaia. Io le ho viste poco faccia a faccia, le ho chiaramente viste nel contesto della classe, con i loro compagni. All’inizio con il Covid abbiamo parlato tramite videochiamate. Quindi questa chimica è stato qualcosa di misterioso, in quanto mi hanno subito dato fiducia. Sono ragazze molto intelligenti, molto sensibili, che non hanno molto spesso occasione di mostrare i loro sentimenti e secondo me questo film è stato una specie di possibilità di parlare di loro stesse e della loro vita. Non ho fatto nulla di speciale per permettere questo però, è stato naturale. Loro devono aver sentito che provavo stima per loro, nonostante io avessi 45 anni le trovavo infatti molto più intelligenti di me. Hanno notato che le ascoltavo davvero e che ero davvero interessato a quello che avevano da dire e il fatto che non ci fosse una sceneggiatura di partenza ha permesso proprio che il film fosse tutto fatto a loro misura.

Qualche progetto futuro?

Ho un altro documentario, sempre un mediometraggio come questo. Sarà di nuovo incentrato sull’amicizia e sui giovani, ma questa volta sarà ambientato nell’ultimo anno di liceo. Voglio provare a capire le emozioni della classe durante l’ultima settimana prima di finire il liceo. E ho anche in cantiere un lungometraggio letterario, un adattamento da Arthur Schniztler.

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