Belli ciao, di Gennaro Nunziante

Tutto qui? Pio e Amedeo tornano al cinema abdicando dal trono del politicamente scorretto per una commedia buonista in cui si ride poco e si riflette molto. Ma senza eccessi che senso ha la comicità?

Cui prodest, per dirla come il sindaco latinista interpretato da Giorgio Colangeli, straordinario epitome di una certa classe dirigente meridionale ancora esistente convinta che l’unica forma di cultura alta sia quella antica e che chi amministra la cosa pubblica debba farlo grazie alla superiorità (neo)borbonica degli uffizi. Chi ci guadagna, diremmo molto più colloquialmente noi, dal cambio di paradigma effettuato dal duo comico Pio e Amedeo in questo Belli ciao, di Gennaro Nunziante? Perché di fronte ad un film del genere le possibili letture restano sostanzialmente due: o i due terribili foggiani hanno effettuato una ritirata strategica e furba nei territori del politicamente corretto provando a fare all in in termini di incassi o hanno più smaliziatamente compreso le differenze tra tv e cinema confezionando un’opera intellegibile anche a chi li abbia sempre skippato dalla sua dieta mediatica.

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Forse il merito principale di quella che solo a prima vista appare un’improbabile giravolta è di Gennaro Nunziante, a cui questo punto deve essere riconosciuta ufficialmente una limpidissima linea autoriale, che li addomestica ancor più di quanto abbia fatto col tritasassi Checco Zalone: dimenticate le parolacce, la rozzezza delle gag (consigliamo un doveroso ripasso prima della visione del film per comprendere la portata del cambiamento) e l’insipiente substrato comico, qui si fa cinema. In Belli ciao, per cominciare, la polemica politichese resta volutamente fuori dalla porta. L’evidente posizionamento destrorso di Amedeo e Pio – la recente rivendicazione di libertà di poter sbeffeggiare minoranze ritenute oramai intaccabili come omosessuali, neri e persone grasse – accarezza infatti soltanto il titolo del lungometraggio. Chi, in base ad esso, si immaginava prese in giro dei miti progressisti come l’antifascismo di Bella Ciao rimarrà inevitabilmente deluso. Gli unici graffi degni di nota sono paradossalmente quelli meno sospettabili, come le sortite cattive della madre interpretata da Gegia ai danni del figlio Pio, reo di aver rinchiuso lei e l’anziano consorte in una Rsa lombarda. Proprio su questo punto, repetita iuvant, ad esempio nemmeno una battuta sul vero tasto sensibile del sistema sanitario lombardo, ovvero la gestione aziendalista delle case di riposo drammaticamente esplosa con la prima ondata di Covid-19. La pandemia resta fuori dalla bolla atemporale di Belli ciao, che sembra girato nella solita epoca “altra” tipica di tante commedie italiane. O forse, per essere ancora più precisi, retrodata di almeno un paio di anni ambientazione e contesto. Piuttosto, Nunziante, Pio e Amedeo in fase di scrittura preferiscono trasformare alcune vicende biografiche ed i tanti antagonismi della coppia di comici pugliesi in spunti di sceneggiatura. Così il dissing con Fedez diventa l’occasione per prendere in giro la macchina da guerra imprenditoriale del rapper e soprattutto della moglie, per cui l’alter-ego influencer di Chiara Ferragni interpretato da Lorena Cacciatore vive al Bosco Verticale pubblicando continuamente stories che commercializzano qualunque aspetto del suo privato.

Il facile cinismo di questo trattamento – lei è interessata a lui soltanto come bancomat affettivo/economico dato che ha un passato ed un futuro sentimentale “liquido”, per citare la gag più loffia del film – viene salvato da una corrosiva messa in discussione sul linguaggio adottato dai millennials. Perché tra le centinaia di migliaia di top e adoro utilizzati da trenta/quarantenni per “stare sul pezzo” ed intercettare le simpatie di consumatori almeno dieci anni più giovani, nel film di Nunziante serpeggia precisa la critica morale ad un modo di essere davvero usurante. Non tanto per i diversi stili di vita adottati dal Nord e dal Sud dell’Italia – che il film ripropone quando ha bisogno di intercettare qualche facile risata sull’ultimo modello di successo, tra i tanti, Siani/Bisio – quanto per la logorante ritrosia a defollowarsi da chicchessia e la spasmodica ricerca della moda giusta. Di fronte all’eccesso di produzione finanziario rappresentato dal capoluogo lombardo che genera ed allo stesso tempo divora i suoi figli truffatori (e non caso l’Università Sboroni plaude il neolaureato Pio quando mostra le prime tracce di spregiudicatezza), dalle sue apericena dove “meno mangi, da più tempo stai a Milano”, dalle sue periferie con case senza finestre e la moka dei poveracci invece delle veloci capsule, non resta che smettere di seguire questi padroni di classe che, seppur nascosti sotto avatar digitali fintamente più vicini, replicano sempre le stesse dinamiche. Ecco allora che tornare al Sud, nella soleggiata Sant’Agata di Puglia dell’onnipresente Puglia Film Commission, richiede una terapia di gruppo che aiuti a disarticolarsi da gesti improntati all’accumulazione capitalistica, quali gli inglesismi per dire estetista, la camminata veloce per recarsi a lavoro, l’assuefazione al monossido di carbonio. Anche se Belli ciao, concede qualcosa al lato cabarettistico di Pio e Amedeo – l’inevitabile escursione cafonal dei due protagonisti al party della sua ex-compagna che per fortuna ha poco minutaggio – affronta questa riflessione con una certa audacia che lo rende qualcosa di più di quello che minacciava di essere, ovvero l’inchino del cinema al fenomeno di successo della televisione. Rimane solo il rammarico per la cifra buonista ed equilibrista dell’intera operazione: Pio ed Amedeo a questo punto dovevano e potevano essere l’equivalente del dito medio di Cattelan davanti la Borsa di Milano.

 

Regia: Gennaro Nunziante
Interpreti: Pio D’Antini, Amedeo Grieco, Lorena Cacciatore, Rosa Diletta Rossi, Nicasio Catanese, Giorgio Colangeli
Distribuzione: Vision Distribution
Durata: 87′
Origine: Italia, 2021

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7
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Il voto dei lettori
2.7 (37 voti)
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