Doggy Style. Quei bravi randagi, di Josh Greenbaum

Vorrebbe distruggere i cliché dei film per famiglie ma non riesce a mettere a frutto la sua demenzialità, trovandosi paradossalmente più a suo agio tra gli spazi che vorrebbe parodiare.

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“Oggi sarà un giorno indimenticabile”, dice gioioso il meticcio Reggie mentre corre nell’erba. Si tratta della battuta che apre questo Doggy Style e pare già tracciare la linea guida del film tradendo. Prodotto dagli ormai onnipresenti Lord & Miller e scritto da quell’Alan Perrault già dietro allo straordinario American Vandal, gli obiettivi del film di Greenbaum sembrano già chiari: farsi strada tra le immagini del film con animali di marca Disneyana detonando i suoi meccanismi dall’interno, un po’ come fatto, con risultati più o meno luminosi, dalle recenti Tartarughe Ninja di Rogen e Golberg e, soprattutto, da Cocainorso di Elizabeth Banks

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E la partenza sembrerebbe delle più lucide, con Reggie caratterizzato seguendo i cliché nati nel cinema ma rimbalzati fino ai meme dei social, con i cani ritratti come gioiosi e spesso ingenui compagni dei loro padroni, vittime della loro vetrinizzazione mezzo social, centro di gag in cui commentano la loro quotidianità con voci più o meno caricaturali.

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Reggie ama dunque follemente il suo padrone, Doug, ma non si rende conto che l’uomo lo trascura. Un giorno Doug abbandona però Reggie che improvvisamente si rende conto di essere un randagio. Sempre più conscio di essere stato vicino ad un uomo che non meritava il suo affetto, deciderà dunque di vendicarsi di lui, facendosi aiutare da un gruppo di randagio capitanato da Bug, con cui affronterà il viaggio verso il suo carnefice.

Eppure Doggy Style pare indeciso sul momento più adatto per attuare la sua giocosa rivoluzione. Anzi, a tratti sembrerebbe quasi riavvicinarsi ad un cinema leggibilissimo, come racconta, in fondo, la sequenza del primo incontro tra Reggie e i randagi, pensata come se fosse uno degli apici di un film per famiglie.

La sensazione è che Greenbaum e Perrault non abbiano la forza muscolare per mettere a sistema, davvero, il loro immaginario riottoso, di cui si intuiscono solo certi exploit, tra l’umorismo sboccato e la morale anarco punk che elogia la libertà del randagismo, input che tuttavia faticano a trovare una quadra sulla lunga distanza.

I confini del film che, forse, avrebbe dovuto essere, si intuiscono solo in un paio di sequenze, quella lisergica, in cui Doggy Style si gioca la carta di una demenzialità senza confini e remore e, soprattutto, quella del Luna Park, capace di mostrare, davvero, cosa potrebbe succedere se l’approccio all’umorismo internettiano, alla Funny Or Die, entrasse a gamba tesa nelle dinamiche di quei film di cui vorrebbe essere parodia.

 

Per il resto, Doggy Style pare soprattutto un giocoso esperimento di scrittura attraverso cui Perrault prova a capire come potrebbero ragionare e comportarsi dei cani se non avessero una sorta di filtro famiglia Disneyano. Ecco, riletto da questa prospettiva il film non è mai davvero incisivo ma fa respirare davvero i suoi personaggi, crea tra di loro interazioni non scontate, gioca con i generi. Ma il passo è comunque malfermo, quasi paradossale se è vero che uno dei segmenti più riusciti è quello in cui Bug ricostruisce le ragioni del suo abbandono.

Forse non è un caso, pare, anzi, proprio il punto di svolta del film, che finora ha annaspato alla ricerca di uno spazio più controllabile in cui muoversi e che nell’ultima parte svela la sua evidente appartenenza al genere delle comedy per famiglie fatta e finita, forse più eccessiva della norma, ma che comunque si muove secondo le canoniche dinamiche del racconto di formazione.

Una volta scoperta la sua vera ascendenza il racconto trova la giusta velocità su cui muoversi, cede forse ad un passo a grana grossa ma è indubbio riesca a mettere davvero a frutto quegli spunti anarchici caoticamente sparsi nel film fino a quel momento.

Certo tutto accade quando è troppo tardi, ormai la possibilità di costruire quel manifesto punk anti disneyano pare essere sfumata e, anzi, il film pare quasi contraddirlo, a lasciar intendere che il vero elemento di cui farsi gioco è sempre stato il massimalismo di certo cinema americano che urla a squarciagola ma non si accorge che, a volte, la rivoluzione si può fare anche lavorando tra le righe.

 

Titolo originale: Strays
Regia: Josh Greenbaum

 

Interpreti: Will Forte
Voci: Will Ferrell, Jamie Foxx, Isla Fisher, Randall Park, Brett Gelman
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 93′
Origine: USA, 2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
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