La sottile linea rossa, di Terrence Malick

Più che un film di guerra, un coro sacro polifonico in cui il linguaggio cinematografico viene utilizzato per trasformare Il flusso del movimento in tempo. Orso d’oro alla Berlinale.

E’ come discendere un fiume, e il film dovrebbe avere questo tipo di flusso.” Terrence Malick su La sottile linea rossa

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Un coro sacro polifonico in cui le diverse voci interiori confluiscono in una sola. Un flusso di coscienza ininterrotto che si fonde nei quattro elementi. Un corso d’acqua che scorre incessante fino a riversarsi nel mare. Da un lato la flora e la fauna travolte dalla violenza della guerra, dall’altro una umanità confusa che ha perso i contatti con la propria intima essenza.

Vent’anni dopo La rabbia giovane e I giorni del cielo, Terrence Malick svolta decisamente verso la filosofia di Heidegger (Essere e Tempo) e il trascendentalismo di Emerson, pur tenendo ancora salda la linea narrativa. La forza dell’opera sta nel creare un unico movimento empatico che accomuna la musica di Hans Zimmer, il monologo interiore, l’uso fluido della steadicam e della camera a mano (eccezionale il segmento dell’irruzione nel villaggio dei giapponesi) e la particolare golden light della fotografia di John Toll. Nel 1942 un battaglione di fucilieri americani dà l’assalto all’isola di Guadalcanal, avamposto critico in mano ancora alle forze nipponiche. Ma l’evento in sé, ispirato dal romanzo The Thin Red Line di James Jones, è un pretesto per parlare in generale della follia di tutte le guerre e dei sensi di colpa che popolano i pensieri di soldati semplici e ufficiali, americani e giapponesi.

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Il monologo interiore del barelliere Witt (Jim Caviezel) non è cosi diverso da quello del tenente colonnello Gordon Tall (Nick Nolte), del capitano Staros (Elias Koteas), del sergente Welsh (Sean Penn) e del soldato semplice Jack Bell (Ben Chaplin). Ognuno ha le sue frustrazioni, le sue paure: i compromessi per fare carriera, la moglie lontana e non così fedele, il principio d’autorità che diventa principio di proprietà, la ragione di stato contro quella del singolo individuo, il perchè del male nel mondo.

Scendendo in profondità nell’analizzare uno stato di guerra esteriore che riflette il grande caos interiore, Terrence Malick rifugge la retorica del vincitore e si schiera dalla parte dell’uomo, artefice della propria distruzione e quindi doppiamente sconfitto. Non c’è differenza tra le urla di dolore di un giapponese e quelle di un americano: tutti e due sono vittime di una pazzia collettiva organizzata che si attua attraverso ordini suicidi (quelli del colonnello Gordon Tall che cita Omero) e orrori (lo scempio dei cadaveri, il coinvolgimento degli indigeni, la distruzione del paesaggio).

Anche l’amore terreno (la sessualità aveva un ruolo predominante nel romanzo di James Jones, invece Malick la trasforma in elegia malinconica), contemplato negli unici flashback del film (la storia della moglie di Jack Bell) è destinato a consumarsi e svanire come la fiammella tremolante di una candela. Malick vuole contestare il postulato di Heidegger per cui il cinema non può fare filosofia e agisce specificatamente sulla grammatica cinematografica, sull’armonia tra l’ inquadratura, la ripresa in soggettiva e il montaggio. Il tentativo è creare un ponte tra immagine movimento e immagine tempo. L’esigenza spirituale di un mondo all’altezza delle proprie aspirazioni fa immergere noi spettatori all’interno di un flusso di immagini che simbolicamente ci guardano, ci ribaltano, provano a darci un senso. Witt aspira a quella calma prima della morte che aveva visto negli occhi della madre, ha vissuto nel Paradiso Terrestre in armonia con gli indigeni (era un sogno? un futuro di eternità? Qui Malick cita espressamente il Murnau di Tabù) ma adesso l’Eden è contaminato dall’odio bellico. Il suo aleatorio momento di Grazia si è perso tra i compagni moribondi e le fughe dentro le oscurità della giungla. Welsh scopre le ipocrisie della guerra, gli ordini insensati, il susseguirsi di capitani che vedono nella vittoria un trampolino di lancio politico. Welsh non crede minimamente nell’aldilà, Witt è convinto che esista una Anima Mundi cui fanno parte tutti gli uomini senza distinzione.

Orso d’oro al festival di Berlino, La sottile linea rossa è uno dei primi film di Malick ad osare una trasposizione della grammatica filmica per superare le contraddizioni filosofiche. Rispetto al contemporaneo Salvate il soldato Ryan di Spielberg, Malick pone il dito su diverse questioni esistenziali apparentemente irrisolvibili: la mortalità del corpo collide con l’immortalità dell’anima. L’impossibilità dell’umano a fermare il tempo e dare un significato alla morte è la causa di quella follia che fa attraversare irreversibilmente la sottile linea rossa. E’ un po’ il paradosso di Zenone, io posso con il montaggio frammentare, segmentare l’immagine tempo e creare con il Cinema l’illusione di una eternità: ma il fluire incessante del movimento umano trova purtroppo una foce, una conclusione. Quella pianta che nasce da un sasso in mezzo al mare è una immagine conclusiva di speranza che contrasta con quella iniziale del coccodrillo che si immerge famelico nel fiume. Sotto la golden light ogni cosa è illuminata di senso. Tutto risplende, anche la morte.

 

Titolo originale: The Thin Red Line
Regia: Terrence Malick
Interpreti: Jim Caviezel, Elias Koteas, Nick Nolte, Sean Penn, Ben Chaplin, George Clooney, Woody Harrelson, John Travolta, John Cusack, Adrien Brody
Durata: 170′
Origine: USA, 1998
Genere: guerra

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (2 voti)
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