La vera storia di Jess il bandito, di Nicholas Ray

Quasi la fine del Mito. Oppure l’inizio. Una sparatoria da antologia. Come un inseguimento da noir. La vera storia di Jess il bandito è un western nervoso, anomalo. Come tutti quelli girati da Nicholas Ray. Con le sue tracce che si contaminano con il documentario (le scene del rodeo) in Il temerario (1952), con un acceso ed esplosivo mélo in Johnny Guitar (1954). E che dopo il passaggio apparentemente più classico di All’ombra del patibolo (1955), anche questo carico dei temi del cinema del regista soprattutto nell’incomunicabilità tra le diverse generazioni, immette stavolta nel genere quell’impeto e quel tragico romanticismo che ha spesso caratterizzato il suo cinema.

Certo, La vera storia di Jesse James è il remake dell’ottimo Jess il bandito (1939). Al posto di Tyrone Power ed Henry Fonda, ripettivamente nei panni dei fratelli Jesse e Frank, ci sono Robert Wagner e Jeffrey Hunter. Anche se per il ruolo del celebre rapinatore, Ray aveva pensato prima a James Dean e poi a Elvis Presley. E il legame con quell’altro film è dichiaratamente evidente sui titoli di testa con il riferimento alla sceneggiatura che Nunnally Johnson ha scritto per il film di Henry King qui riadattata da Walter Newman.

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E il film parte proprio dalla caccia alla banda dopo la rapina a Northfield, nel Minnesota, il 7 settembre 1876. E vengono ripercorsi all’indietro i 10 anni dei due fratelli che sono diventati rapinatori di banche e treni dopo la fine della Guerra di Secessione. E qui entra in gioco tutto il cinema di Ray. Jesse è un altro eroe isolato che rifiuta le convenzioni social. Un po’ la reincarnazione di Jim Stark di Gioventù bruciata (1955), un po’ con l’imperto e l’impossibile desiderio di trovare la serenità di Bowie/Farley Granger di La donna del bandito (1949). Che in La vera storia di Jess il bandito è presente nel rapporto del protagonista con la moglie e soprattutto in quell’immagine dei figli che simulano una sparatoria del padre. C’è sempre un desiderio di vendetta nascosta, una rabbia che non è stata mai sepolta. Come quella del protagonista nei confronti dell’agricoltore, il vicino di casa che a suo tempo ha fatto la spia ai soldati nordisti. Però l’uomo, con tutte le sue contraddizioni, prevale sempre sulla storia. Anzi è lui che la guida, che gli fa cambiare direzione.

Il Mito ha un galoppo classico. Evidente dai titoli dei giornali. Soprattutto quelli che ne annunciano, sbagliando, la morte. Però in Ray emerge essenzialmente dalle azioni e dagli occhi dei protagonisti che raccontano le imprese. A partire dalle figure più vicine a Jesse James che ricostruiscono la sua figura: prima la madre, poi la moglie, infine il fratello. Lunghi flashback quasi onirici. Ancora un detour con tutti i segni del noir. Dove la famiglia è stavolta l’ultimo rifugio. Ma in cui il presente è qualcosa di fuggevole, passeggero. E, ancora, una ‘rabbia giovane’. E Nick Ray la esplicita in azioni che contengono insieme un’incredibile forza ma anche un tormentato malessere. Come nell’inseguimento con la caduta dei cavalli nel fiume. Un cinema che mette ancora a ferro e fuoco il coraggio e soprattutto la disperazione che s’incarna anche nelle parole violente del pastore interpretato da John Carradine. E Jesse James e il suo specchio uguale e contrario, suo fratello Frankie, sono tra gli eroi del suo cinema più limpidi. Il loro confronto, poco prima della fine, è impietoso. Quasi una terapia familiare. Prima dell’ultima caccia e il tradimento, come sottolinea la versione di Andrew Dominik, “per mano del codardo Robert Ford”.

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Titolo originale: The True Story of Jesse James
Regia: Nicholas Ray
Interpreti: Robert Wagner, Jeffrey Hunter, Hope Lange, Agnes Moorehead, John Carradine
Durata: 92′
Origine: USA, 1957
Genere: western

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.1

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.25 (4 voti)