SPECIALE "ALL IS LOST" – Mano nella mano

All is LostHo provato. Credo siate d'accordo che ci ho provato. Ad essere vero, ad essere forte, ad essere gentile, ad amare, ad essere giusto. Ma non lo sono stato. E so che lo sapevate. Ognuno a modo vostro. E mi dispiace. Tutto è perduto qui…ad eccezione dell'anima e del corpo…o quel che ne resta. Ho sempre sperato il meglio per voi tutti…Mi mancherete. Mi spiace.

A chi parla esattamente Robert Redford a inizio film? A chi scrive questa lettera il nostro uomo (come viene soprannominato nei titoli di coda)? Insomma chi sono questi “voi” da cui si sta dolorosamente congedando sul crinale ultimo della sua vita? E infine: cosa/chi vede esattamente in quel finale, oltre quella luce, oltre quella mano? All is Lost, intanto. Sulla commovente barca in tempesta del Cinema contemporaneo, sballottolata in quest’oceano d’immagini senza “origine”, un vecchio leone lotta ancora per far sopravvivere il suo sguardo classico, cinemaEtica, archetipo nudo e crudo, immagine-azione senza più coordinate, nome o terra sotto i piedi; rivolgendosi a noi spettatori, (ri)conoscendoci, specchiandosi nel nostro oceano d’immagini, anch’esso in tempesta, mentre facciamo fatica a sopravvivere e galleggiare…tutto è perduto qui…ad eccezione dell’anima e del corpo.

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Source CodeIl discorso di Chandor/Redford sul cinema dell’ultimo decennio è clamorosamente cristallino, persino troppo consapevole, ed è vero che il controcampo inevitabile di questo definitivo viaggio non può che essere la recente odissea nello spazio di Bullock/Cuaron. Ma, allora rimane solo da chiedersi: qual è il punto d’arrivo? Il finale di All is Lost è sottilmente aperto alle più disparate interpretazioni, per questo intimamente cinematografico, lasciando solo a noi l’onore di “immaginare” un oltre quel brevissimo e abbacinante frame bianco che precede la fine (del film). Il cinema americano, di nuovo, sembra incredibilmente elementare e trasparente nel suo roccioso ragionamento: il vero aldilà da raggiungere non può che essere un nuovo contatto. Qui e ora. Mano nella mano. Immagine michelangiolesca e giudizio universale, che schiude nuove coordinate solo nella sua semplice evocazione e che ridiscute ogni dibattito teorico sul post-cinema perché lo riporta smaccatamente alle origini “griffitthiane” di questo linguaggio.

E vengono in mente altri frame, mescolandosi nella memoria del dopo-all is lost: prendiamo Source Code del giovane Duncan Jones, con il soldato amputato e morente Gyllenhaall liberato dal peso del suo “personaggio” che ritrova nel finale un corpo, un luogo, un set, una storia oltre la ripetizione ossessiva di un codice informatico. Dà la mano a una donna incontrata su quel treno virtuale, e ricomincia. Si certo, ma in quale dimensione? “Non so dove, non lo so!”, dice anche Matt Damon ai suoi impauriti clienti nel capolavoro eastwoodiano Hereafter. Il medium che instaura contatti con altre dimensioni non può dare risposte sulle coordinate spaziali e temporali delle stesse, perché sono solo le crude verità umane che val la pena re-instaurare oggi. Quell’incontro finale tra Cécile De France e Matt Damon, terremoto emotivo nel loro semplice contatto, mano nella mano prima di ogni “storia”, è uno degli apici abissali e nascosti della riflessione etica ed estetica sul cinema di questi anni.

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La regola del silenzioBob Redford, del resto, ce l’aveva già insegnato: quando scopri qualcosa che riguarda un'altra persona scopri anche qualcosa di te stesso” diceva al giovane giornalista Shia LaBeouf ne La regola del silenzio. “Sei bravo ragazzo, ora sai cosa mi ha spinto ad agire negli ultimi trent’anni. Ma adesso devi capire cosa spinge te. Spero ti piaccia la risposta”. E allora la politica, l’amicizia, i valori, gli errori, il passato, persino le idee: tutto è subordinato e proiettato verso i pochi e magici istanti finali, in silenzio, dove ciò che conta è dare la mano a tua figlia e cominciare di nuovo a camminare chaplinianamente verso un viale alberato. Contatto. Per ritrovare una “storia” che non sia nel passato (oltre ogni regola o silenzio), una traiettoria che non sia sintetica (oltre i source code che ci guidano), un sentimento che non sia già morto (nello tsunami dell’hereafter), una mano che ti trascini via dall’abisso (ok: non tutto è perduto). Qui come nel Malick di To the Wonder: solo la sopravvivenza ultima di un contatto, dell'estremo io e te, di una mano che ti sfiora e ti rassicura sull’esistenza di un controcampo, può ancora dare un senso a quell’abissale frame bianco. Grado zero dell’immagine e schermo vergine da riempire ancora con nomi e traiettorie, storie e idee, affetti e azioni. Il cinema, probabilmente.