#Venezia76 – Citizen Rosi, di Didi Gnocchi e Carolina Rosi

“Che cos’è il ciak?”


“Il ciak serve per mettere in sincrono la macchina da presa con il suono.”

Inizia così il viaggio nel cinema di Francesco Rosi, raccontato dalla figlia Carolina Rosi e dalla regista Didi Gnocchi. “Questo non è un documentario su di te”, dice la figlia a ‘Franco’, così come preferiva chiamarlo, mentre seduti su un divano rievocano la memoria di tutti i film che avevano vissuto insieme. Oggi quella battuta scherzosa porta un diverso significato: il regista, scomparso nel 2015, è l’anima di questo film-documentario (iniziato molto tempo prima della sua morte), mentre i suoi film ne sono il cuore.

Citizen Rosi, presentato fuori concorso a Venezia76, parla di Francesco Rosi con passione, fierezza e, soprattutto, con amore; racconta di un artista esemplare, progressista, rivoluzionario, che, attraverso il cinema, è strato in grado di aiutare il suo paese nella lotta contro la criminalità organizzata. Francesco Rosi è un “citizen” a tutti gli effetti, un cittadino italiano da prendere come modello, un ispiratore, un mentore, uno che ha dato un grande contributo alla storia politica italiana: colui che non si è fatto schiacciare, che non è rimasto in silenzio di fronte all’ingiustizia politica del suo paese.

«Ci sono sudditi e ci sono cittadini. Francesco Rosi era senza dubbio un cittadino».

C’è sempre più bisogno di cittadini oggi, di chi, attraverso i suoi mezzi e possibilità, non sta più solo a osservare impotente l’avvenire dei fatti per rimanerne soggiogato. Oggi, forse ancora più di ieri, grazie anche alle maggiori risorse in mano a ogni individuo, è necessario un impegno democratico urgente, incisivo, valido, produttivo. C’è bisogno di parlare, raccontare e diffondere la verità che si cela dietro ogni falsità, tattica, inganno politico.

Il cinema di Rosi era nuovo, fresco, sincero, provocatorio, polemico, politico, ed è proprio per questo che molti lo trovavano scabroso e quasi sempre difficile da far produrre. Inventore di un suo stile narrativo, Rosi era un ricercatore, un uomo che non accettava le versioni pattinate della vita di tutti i giorni, un artista bramoso di conoscenza alla ricerca della verità. I suoi film nascevano da ricerche e inchieste sulla realtà del nostro paese: accumulava documenti, ritagli di giornale, sentiva le testimonianze dei fatti di cronaca, archiviava notizie su notizie, indagava approfonditamente e poi riportava tutto sullo schermo. A metà strada tra detective e appassionato, Rosi era lì, nel suo studio, in mezzo ai fatti di cronaca, ricoperto di inchiostro, impolverato dalle bugie, che cercava la via più efficace per ripulire lo sporco di quell’Italia che tra gli anni ’50 e ‘90 era inquinata dalla corruzione.
Aveva passione per il giornalismo, ma era soprattutto un narratore, e per questo aveva la capacità di trasformare una citazione in un racconto, cogliendo da una vicenda il lato umano più profondo.

Considerava il cinema un mezzo più che adatto ed efficace per migliorare la società e per catturare l’attenzione di tutti sui problemi degli altri. Attraverso i suoi film Rosi non aveva intenzione di plagiare le menti e imporre la sua visione dei fatti di cronaca, ma voleva semplicemente offrire alle persone degli elementi di meditazione per poter poi riflettere e provare a capire per conto loro quale fosse la verità, come accade per esempio quando racconta la sua visione personale sull’omicidio di Mattei.

Il documentario attraversa le scene più suggestive e determinanti del cinema del regista, spiegate dalla voce narrante di Carolina, sulla sceneggiatura di Anna Migotto e Didi Gnocchi, nonché le testimonianze di magistrati, registi, giornalisti, scrittori e amici come Giuseppe Tornatore, Roberto Andò, Roberto Saviano, Nicola Gratteri, Furio Colombo, Gherardo Colombo, Nino di Matteo, Marco Tullio Giordana, Costa Gavras; ciascuno di loro parla di Rosi con affetto e rispetto, colpiti e colmi di ammirazione per il suo impegno pubblico e per il come sia riuscito a trasformarlo in arte.
Il documentario funziona però soprattutto grazie al ricordo della figlia Carolina, che, con uno sguardo orgoglioso e con la rievocazione della sua persona, inizia il pubblico in un viaggio doloroso e soddisfatto nel tempo e nell’amore. Anche lo stesso Rosi, attraverso le sue interviste, ci trasmette un pensiero nitido su quale fosse il suo scopo nella vita e a cosa mirava con il suo cinema. Insieme, in tanti pomeriggi passati sul divano a riguardare i suoi vecchi film e decidere quali spezzoni inserire, o quali persone il regista avrebbe avuto piacere di avere come testimoni, tra discussioni, risate e revisioni, sono riusciti a creare un altro lavoro di denuncia al sistema politico italiano ancora attuale, e a ricordare i tanti che invece ne sono rimasti schiacciati.

Francesco Rosi e Carolina Rosi

Diventando aiuto regista di Luchino Visconti (Ossessione) nel suo filmLa Terra trema, insieme a Franco Zeffirelli (Callas Forever), Francesco Rosi ebbe l’occasione di portare avanti la sua passione per il cinema, trasmessagli dal padre. Il cinema italiano del dopoguerra era fatto da giovani che volevano ricostruire il paese, sia moralmente che fisicamente. Grazie al lavoro con Visconti, Rosi non solo ebbe la possibilità d’imparare la tecnica cinematografica, ma anche di scoprire l’Italia, posti importanti per la storia del paese come Napoli, la Sicilia e la Lucania.

“Nei suoi film infatti il meridione è diventato una metafora del respiro lento e affannoso dell’Italia, dove il volto del potere politico e quello mafioso si sono confusi tra loro tanto da risultare indistinguibili.”

Andiamo avanti“, non è solo il nome della casa produttrice che ha permesso la nascita del documentario, ma è sempre stato il suo motto su come affrontare la vita. Rosi la vedeva come un’occasione con la quale misurarsi con quella che è l’esistenza umana, fatta di dolori ma anche affermazioni e piaceri. Ma “Andiamo avanti” era anche l’idea che aveva sull’impegno civile. Considerava i film basati sulla realtà come un invito a riflettere, motivo per cui i giovani dovevano essere i primi spettatori da nutrire con il cinema, in quanto ignari della storia dell’Italia.

Promotore di cultura, era disponibile a presentarsi nelle scuole e mostrare i suoi lavori. Voleva essere servibile e aperto alle nuove generazioni, pronto a rispondere alle loro domande, chiarire qualsivoglia dubbio, ad insegnare, e in special modo a dialogare con le menti più fanciullesche che sarebbero poi diventate parte del paese. “Noi abbiamo voglia di trasferire qualcosa a questi ragazzi”, diceva. Ma, soprattutto, Rosi era promotore di verità. Su questo si appoggia tutto il suo lavoro: la verità come arma rivoluzionaria che può identificare e sconfiggere i mali di una democrazia nata malata.

Attraverso i suoi film vengono raccontati ben cinque decenni di storia italiana (solo cinque dei suoi lavori non sono film politici), mostrati in ordine nel suo documentario così come lui metteva in ordine i fatti, con scrupolo, pazienza e ricerca. Fu proprio grazie a questo suo interesse che elaborò queste sue opere: Salvatore Giuliano, Lucky Luciano, Le Mani sulla città, Uomini contro, Il caso Mattei, Cristo si è fermato a Eboli, Tre fratelli, Dimenticare Palermo, La Sfida. Gran parte di esse sono state anticipatrici di verità di casi risolti e resi pubblici solo anni dopo l’uscita dei film. Ciò che era chiaro lo esponeva nel modo più evidente possibile, mentre si limitava ad alludere a ciò che non lo era o che non era ancora stato reso ufficiale. Il sud è una delle tematiche più care al regista, su cui spesso basava le sue riflessioni più profonde. “Quello che succede in Sicilia succede in Italia”.
Cristo si è fermato a Eboli‘ non è altro che un racconto e una riflessione profonda che uno scrittore e un cineasta hanno potuto fare sul sud abbandonato a sé stesso. Fu proprio in quel periodo che la mafia (camorra e andrangheta) passò da fenomeno meridionale a problema nazionale.

Nello sguardo di Rosi non c’è solo una visione malinconica e pessimistica, c’è uno sguardo incantato verso il sud disorganizzato, dimenticato dalla storia, tradito dalla storia. C’è una purezza nello sguardo di quei bambini che guardano Gian Maria Volontè che li sta abbandonando nella scena finale di ‘Cristo si è fermato a Eboli’. C’è un incanto, è una delle scene più commoventi che abbia mai visto nella mia vita.” – Giuseppe Tornatore

Francesco Rosi e Roberto Saviano

Questa testimonianza sulla vita e audacia di Francesco Rosi è preziosa per ricordare, e far conoscere a chi invece non ne era già a conoscenza, il come un cittadino italiano, utilizzando armi potenti come l’arte, la cultura e la determinazione di trovare la verità e riportare a galla la dignità umana, sia riuscito a costruire un monolito ancora attuale, forte e istruttivo.

“Chi sono io?! Io sono uno che rischia il suo tempo, la sua fatica per fare sparire queste catapecchie fetenti!” – Le Mani sulla città.

C’è il rapporto stretto di un padre con una figlia, che ascolta, con cui ride, con cui discute; c’è il rapporto di un artista con il suo cinema, che idolatra, che usa, che vive; c’è il rapporto tra uomo e impegno civile, visto come necessario, imprescindibile, inevitabile. Ma ancora di più, c’è l’ammirazione incondizionata di una figlia fiera per il proprio padre, guerriero e cittadino fino alla fine.

 

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