Ada, di Kira Kovalenko

Secondo film della regista russa, è una versiona più ovattata di Tesnota e gli manca la forza eversiva necessaria. Premio Un certain regard a Cannes 2021.

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Ada gioca a nascondino, schiacciata contro un muro con il viso semicoperto per non farsi trovare dall’invadente spasimante. È in fuga da un universo maschile opprimente e claustrofobico. Inizia così il secondo film di Kira Kovalenko con una netta ascendenza letteraria, quella del William Faulkner di Non si fruga nella polvere. A volte è molto più comodo rotolarsi nella schiavitù che avere il coraggio di una scelta di libertà. Ada (Milana Aguzarova) è una giovane commessa oppressa dal padre misantropo Zaur (Alik Karaev), dal fratello oligofrenico Dakko (Khetag Bibilov) e da un innamorato iper molesto. L’unico che sembra poterla salvare è il fratello maggiore Akim (Soslan Khugaev) che cerca di portarla via da Mizur, una cittadina mineraria dell’Ossezia del Nord dove i giovani perdono il tempo tra “botte a muro” e gare con le macchine.

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Kira Kovalenko mostra un inferno familiare che è influenzato sia dal Neorealismo (De Sica) che dal cinema sovversivo di Marco Bellocchio (il titolo internazionale Unclenching The Fists è un omaggio a I pugni in tasca). Ma sceglie una strada ambigua in cui il personaggio principale non sembra mai fortemente motivato in una scelta coerente: pur essendo continuamente vessata (il padre le proibisce persino di usare un profumo) e molestata (Dakko le si infila nel letto con intenzioni evidenti), la giovane Ada subisce un destino beffardo senza un urlo, senza un gesto rivoluzionario. La macchina da presa le sta addosso, sotto pelle e ne coglie improvvisi sorrisi immotivati, a volte stizziti.

 

A queste inquadrature nervose, spesso si alternano piani fissi come quello dall’interno della macchina con visuale sulla ricerca del padre ubriaco. Lo scenario è oscurato da un passato che ha lasciato cicatrici indelebili sui corpi: Ada ha subito una violenza che necessita di un intervento chirurgico, è costretta a portare un pannolone per la incontinenza urinaria. La scena del rapporto sessuale la trova impreparata, con i pugni chiusi come un neonato che cerca di difendersi dal mondo. Ada è ancora una bambina e non ha la forza di tagliare il cordone ombelicale che la lega al padre dispotico.

Rispetto alla scelta ribelle di Bellocchio, Kira Kovalenko decide di intraprendere una direzione opposta, lasciando allo sguardo di Ada un misto di ingenuità e rabbia, ma non osando mai andare oltre un punto di vista convenzionale. L’attrice Milana Aguzarova rimane sospesa tra il desiderio e il rancore e certe espressioni non sono coerenti con lo stato animo che sta drammaticamente vivendo. Il finale con la fuga in moto alla Easy Rider è contaminato da una grammatica godardiana con i suoi jump cut e dissolvenze in nero.

Influenzato da Tesnota di Kantemir Balagov, Ada è una versione più ovattata della condizione femminile in una famiglia patriarcale che riflette le contraddizioni della Russia contemporanea. Vincitore della sezione Un Certain Regard a Cannes, Ada è un film che moltiplicando le interazioni e le variabili in un gruppo familiare chiuso perde quella forza eversiva che fa schiudere totalmente i pugni a un singolo individuo.

 

Premio Un certain regard al 74° Festival di Cannes

 

Titolo originale: Razzhimaya kulaki
Regia: Kira Kovalenko
Interpreti: Milana Aguzarova, Alik Karaev, Soslan Khugaev, Khetag Bibilov, Arsen Khetagurov, Milana Pagieva
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 97′
Origine: Russia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
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