Da Mel Brooks a John Woo via The Artist: viaggio nel silent cinema contemporaneo

E’ arrivata l’ultima fatica di John Woo, Silent Night. Ripercorriamo le tappe di un cinema ibrido, sospeso tra muto e sonoro, da Brooks a Lynch, da Annaud a Refn, fino a Flanagan e Krasinski

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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In occasione dell’uscita in sala dell’ultima fatica di John Woo, Silent Night, trentaquattresimo lungometraggio di carriera e settimo titolo hollywoodiano di uno dei maestri della storia del cinema d’azione, ripercorriamo le tappe di un cinema ibrido, sospeso tra muto e sonoro, passando per autori estremamente differenti tra loro quali, Mel Brooks, David Lynch, Jean-Jacques Annaud, Gus Van Sant, Michelangelo Frammartino, Nicolas Winding Refn, Jerzy Skolimowski, Michel Hazanavicius, Myroslav Slaboshpytskyi, Jonathan Glazer, Alejandro G. Iñárritu, David Lowery, Mike Flanagan e John Krasinski.

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Joel Kinnaman rincorre disperatamente qualcuno o qualcosa nell’incipit iperdinamico di Silent Night. Lo sguardo del suo Brian Godluck è rabbioso, il silenzio è costante, eppure il maglione natalizio un po’ goffo e un po’ dolce, indossato nel primo segmento del film e destinato a sparire in seguito, lasciando spazio ad un impermeabile scuro da polar francese, tradisce tutta quella violenza spietata che di lì a poco esplode sullo schermo, tra pallottole vaganti, crani spappolati e lo stridore degli pneumatici, che rappresenta in qualche modo, l’unico accompagnamento sonoro dei numerosi inseguimenti d’auto – e non – presenti nel film.

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Conoscendo la cinematografia di John Woo, da sempre interessata ad una dimensione action “alta”, dalle coreografie di movimento e scontro impeccabili e dalla spettacolarità misurata, eppure vertiginosa e mirabolante, tutto ci si sarebbe potuti attendere dal suo grande ritorno, tanto alla sala cinematografica in senso generale, quanto al sistema Hollywoodiano, eccetto che un film ibrido, tra muto e sonoro.

Silent Night di John Woo e il cinema muto

Forte di un nuovo linguaggio mediale – app di messaggistica e non solo –, Silent Night rilegge infatti una certa idea di cinema muto, muovendosi tra sonoro e assenza di dialogo, spezzata soltanto dalle notifiche degli smartphone, dall’esplosione delle pallottole, dal motore dei veicoli e da una bizzarra conclusione in forma musical, che servendosi d’una danza di morte, torna alle atmosfere natalizie, non più goffe e dolci come quelle dell’incipit, piuttosto cupe, tragiche e improvvisamente iperrealistiche, limitando ancora e per sempre l’utilizzo del dialogo, che Woo per certi versi mette da parte, preferendogli una comunicazione molto più direttamente fisica e così virtuale.

Se il caso Silent Night appare curioso, rispetto alla sua ferrea volontà di tornare al cinema muto, lo è altrettanto la riscoperta di alcuni titoli del panorama cinematografico americano, europeo ed italiano, che tra il 1976 e il 2018, hanno sfruttato le potenzialità narrative della sospensione – o privazione – del dialogo, ponendosi a metà strada tra cinema muto e sonoro, a partire da L’ultima follia di Mel Brooks.

Considerato dallo stesso Mel Brooks come il suo miglior film, L’ultima follia di Mel Brooks è cinema muto in piena regola, che forte di un cast stellare, da Marty Feldman a Sid Caesar, fino a Paul Newman, Burt Reynolds e Liza Minnelli, omaggia l’epoca del muto, senza tuttavia osservarla nostalgicamente, piuttosto rintracciandone l’elemento ironico, messo a confronto fin dalle primissime gag – molte delle quali, dichiaratamente improvvisate – con i soggetti e oggetti della modernità, che Brooks rileva nell’utilizzo delle macchinette della Coca-Cola e così dei monitor cardiaci, solo per fare due esempi.

L'ultima follia di Mel Brooks

L’anno successivo è la volta di Eraserhead – La mente che cancella di David Lynch, body horror surrealista acclamato dalla critica, che limitando fortemente la presenza di qualsivoglia battuta di dialogo, così come facendo propria la scelta di un bianco e nero grezzo e dai toni d’immagine cupissimi e in continua mutazione, dimostra un’autorialità da parte di Lynch evidentemente non ortodossa, eppure gustosamente retrò, che pur non divenendo mai realmente cinema muto, mette da parte fin da subito le potenzialità del sonoro, apparendo caso limite, proprio come il film di Brooks e Woo.

A cavallo poi tra i primi anni ’80 e i primi ’90, un autore chiave della cinematografia internazionale, come Jean-Jacques Annaud, firmando l’epopea fantasy Quest for Fire e l’adattamento del romanzo Il re grizzly, di James Oliver Curwood, L’orso, lavora proprio sul concetto di cinema muto pur inserito in un contesto di naturalismo, dunque di suono limitato esclusivamente all’ululato del vento, al ruglio dell’orso, al gorgoglio dell’acqua nei torrenti e così via, senza tuttavia incontrare il consenso critico del periodo e apparendo dunque uno sperimentalismo dagli sfortunati esiti, ma dal concetto narrativo estremamente interessante.

Dell’esperienza naturalistica e pressoché priva di dialogo – e più in generale di suono – di Annaud, sopravvivono alcune tracce in titoli recenti come Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, lungometraggio ai limiti del documentarismo, Valhalla Rising – Regno di sangue di Nicolas Winding Refn, brutale racconto esistenzialista su di una mitologia sconosciuta, potenzialmente vichinga, il feroce action nelle foreste innevate della Polonia, Essential Killing di Jerzy Skolimowski, titolo da riscoprire e Revenant – Redivivo, di Alejandro González Iñárritu.

Quest’ultimo, adattando l’omonimo romanzo di Michael Punke, riduce al minimo l’utilizzo del dialogo e più in generale del suono, attraverso un’esperienza fortemente immersiva di sopravvivenza nella natura selvaggia, muovendosi tra il documentarismo Herzoghiano e l’epopea western da cinema americano anni ’70, quello di Pollack, Sarafian e Winner.

Diversi anni più tardi, a servirsi delle potenzialità del cinema muto, seppur filtrato dai linguaggi della modernità, è il dramma intimista che passando per titoli come Elephant di Gus Van Sant, The Tribe di Myroslav Slabošpyc’kyj, Storia di un fantasma di David Lowery e Under the Skin di Jonathan Glazer, esplora il carattere simbolico e feroce dell’assenza di dialogo, concentrandosi sulla forza comunicativa ed espressiva sia del corpo, che del viso dei suoi interpreti.

Passando poi per The Artist, il premiatissimo omaggio nostalgico di Michel Hazanavicius all’epoca del muto – questa volta sì, privo sia di suono, che di dialogo -, è bene sottolineare come diversi autori di cinema recente, quali Mike Flanagan e John Krasinski, abbiano dato vita ad esperienze horror propriamente mute – quasi -, il primo con Hush – Il terrore del silenzio ed il secondo con A Quiet Place – Un posto tranquillo (A Quiet Place; 2018); rintracciando il reale terrore e pathos, proprio nell’assenza di suono, o nell’esplosione improvvisa dello stesso, a sostituzione dei modernissimi jumpscare e così via.

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