Rendez-vous 2018 – Arnaud Desplechin racconta I fantasmi d’Ismael

Si è svolto oggi, a Roma, l’incontro tra la stampa e il noto regista e sceneggiatore francese Arnaud Desplechin che – in occasione del Festival del Nuovo Cinema Francese in corso in questi giorni – ha presentato il suo ultimo film, Les fantômes d’Ismaël (2017), opera con la quale si è aperta la 70esima edizione del Festival di Cannes. Il film molto atteso di Desplechin uscirà nelle sale italiane a partire dal prossimo 25 aprile in 40 copie, distribuito da Europictures in associazione con Dragon Production. Questa sera, inoltre, verrà proiettata al Nuovo Sacher la versione più lunga del film (il director’s cut di 135′, che in Francia uscirà anche in DVD e in Italia circolerà in un paio di copie assieme alla versione breve di 114′). E proprio sulla scia di queste informazioni “tecniche” che accompagnano la distribuzione della pellicola nel nostro Paese, il regista chiarisce che la versione più breve corrisponde, nelle sue intenzioni, a quella più “romantica”, maggiormente focalizzata sul triangolo amoroso protagonista e più facilmente fruibile dallo spettatore; il director’s cut è, al contrario, la versione cosiddetta “mentale” dell’opera.

La prima domanda della stampa per Desplechin si rivolge alla struttura – esplicitamente biografica – del film, alla sua architettura «divertentemente complessa», sempre al confine tra realtà e immaginazione, imbastita di doppi, riflessi e fantasmi (quelli, appunto, contenuti anche nel titolo). Il regista racconta di avere inizialmente raccolto blocchi di semplici appunti; sentiva, però, di avere raggiunto l’età giusta per mettere in scena la storia di un regista – seppure dalla personalità molto distante dalla sua, quella a dir poco eccessiva del protagonista Ismaël Vuillard (Mathieu Amalric) – , e raccontare nello stesso tempo la storia parallela di Ivan Dedalus (Louis Garrel, grande assente dell’incontro), conferendole un tono noir ma guardando anche all’ironia di Woody Allen (Broadway Danny Rose, 1984). A sorpresa, il regista svela che il soggetto vero e proprio del film è nato quasi all’improvviso (o par hasard): precisamente l’idea è scaturita da un semplice dialogo – uno di quelli consumati sulla spiaggia – scritto per le due protagoniste femminili, Marion Cotillard e Charlotte Gainsbourg, qui rispettivamente nei panni della moglie rediviva Carlotta e dell’attuale compagna Sylvia. Pur tuttavia, nel film è presente anche una terza importante figura femminile – apprezzata e a lungo desiderata da Desplechin – , appunto l’attrice italiana Alba Rohrwacher che, presente alla conferenza, racconta del suo primo incontro con il regista: «Il tempo intercorso nell’attesa di incontrare Arnaud è stato di emozione profonda, perché il suo cinema per me è stato fonte di ispirazione, mi ha dato la fiducia stessa nel cinema e in chi lo fa in modo libero e sorprendente. È stata una piccola bellissima avventura». Il personaggio interpretato dalla Rohrwacher è essenzialmente doppio, ella impersona infatti sia Arielle che Faumia; per l’attrice si è trattato di vivere una sorta di tempo di sospensione o sogno e, nella fattispecie, ricorda che la sua prima apparizione nel film era indicata – sulla sceneggiatura stessa – come l’apparizione di un animale (un fauno etereo, appunto). L’attrice ricorda, inoltre, una bella scena dai toni onirici nella quale avviene l’incontro tra il suo personaggio (l’attrice del film interrotto di Ismaël) e Amalric stesso: fu una scena un po’ “jazz” – afferma Rohrwacher – , quasi come essere in un sogno; «un momento molto importante in cui regista e attrice si dicono delle verità profonde sulla loro arte».

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L’incontro continua sondando più in profondità le ragioni e ispirazioni del cinema di Desplechin: «Ho molta ammirazione per Godard, che faceva un cinema “di poesia”; ma mi sento più affine al cinema “di prosa” di Truffaut. Mi affascina la finzione, il flusso narrativo che riesce a riparare il reale attraverso la finzione». Ma il regista pone l’accento soprattutto sul suo amore per l’arte “popolare”, così spiegando il motivo per cui nel film ritroveremo dell’arte “alta” al servizio di qualcosa di più commedico e divertente (le celebri opere del Beato Angelico, van Eyck e Pollock). Inevitabile ritrovare in questo film anche l’influsso potente di Hitchcock (La donna che visse due volte, 1958), ma non solamente questo: «Quando mi allontanavo da Hitchcock cadevo nelle braccia di Bergman». Desplechin è influenzato notevolmente anche dalla letteratura e dalle sue molteplici letture quotidiane: «Ci sono alcuni registi che non sono cinéphiles; per me, invece, è fondamentale nutrirmi di visioni e finzioni, anche a partire dai libri». E, per l’appunto, il rapporto di intima tenerezza tra Henri Bloom e Ismaël nel film ricorda il rapporto tra Leopold Bloom e Stephen Dedalus de l‘Ulisse di Joyce; l’intreccio di nomi ritornanti nella sua filmografia sembrerebbe essere, però, solo un modo semplice per ricordare meglio i protagonisti da parte dello spettatore. Ritornante è anche la città di Roubaix: «Sono molto fiero della città dove sono nato perché è la più povera di Francia! Uno scrittore che mi influenza molto è Propp, che appunto ambienta tutti i suoi libri nella stessa città, una periferia povera dove è nato. Roubaix è un luogo privo di alcun interesse, ma ci sono nato».

Le ultime considerazioni dell’incontro si rivolgono all’arte attoriale dei due protagonisti maschili: riguardo ad Amalric, il regista afferma di non avere mai scritto un film pensando direttamente all’attore, ma di averlo sempre scelto a posteriori. Desplechin continua: «Lui ha una grande capacità di prendersi in giro, di mettersi in gioco. Inoltre, Amalric è anche un grande regista francese, guarda gli attori con ammirazione ed è stato per me come avere una seconda macchina da presa sulle attrici». Riguardo a Garrel, che Desplechin conosceva già da bambino frequentandone sia il padre che il nonno, afferma: «Mi serviva un personaggio carismatico. La coppia con Alba era davvero avvincente, anche se sul personaggio di Ivan si resta sul filo del rasoio: può essere inteso come un imbecille completo oppure come un’ottima spia! Louis mi chiedeva sempre quale fosse il segreto di Ivan e io risposi (con sua grande sorpresa): “Che è vergine!”».

L’incontro si chiude con un bel messaggio di positività di Desplechin che, in relazione al finale del film, afferma: «Ho amato molto il finale perché c’è un bambino che arriva per puro caso. C’è però anche del dilaniante, perché Sylvia deve “uccidere” metaforicamente il fratello per diventare madre. In tutti i casi, comunque, la vita prevale sulla morte». E questo è il messaggio forte del cinema di Arnaud Desplechin.

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