Tales from the loop, di Nathaniel Halpern

Il futuro dell’uomo sta nel suo passato, non nella mirabolante tecnologia di là da venire. E la dimensione soggettiva della realtà è così marcata che non è così difficile supporre che anche in altre dimensioni le nostre idiosincrasie ci porterebbero agli stessi identici sbagli. In Tales from the Loop, serie antologica in 8 puntate disponibile dal 3 Aprile sul catalogo Amazon Prime Video, la fantascienza prende sin dal primo episodio l’inesorabile abbrivio delle meditazioni antropologiche più sofferte. Una soft sci-fi, almeno esteticamente, quella ideata dallo showrunner Nathaniel Halpern, scrittore già di The Killing e della seconda stagione di Legion che qui sembra guardare più a Solaris che a Blade Runner. Ispirato dall’artbook narrativo del 2014 creato dal pittore digitale Simon Stålenhag dopo una raccolta Kickstarter, Tales from the Loop infatti invece di concentrarsi sull’incredibile apparato scenografico di una Los Angeles del futuro (oramai passato, forse anche iconograficamente) immerge la sua narrazione nei bellissimi ed innevati paesaggi rurali di Mercer, cittadina dell’Ohio più profondo. È qui che sorge il Loop, laboratorio sotterraneo che studia le strane pietre che ne marcano il territorio, di natura non si sa se aliena o endogena. Le ricerche condotte all’interno del centro e i residui edilizi archeo-futuristici sono il punto di partenza dei risvolti fantascientifici che ad un certo punto intervengono nelle piccoli grandi storie degli abitanti della comunità rurale, in particolare dei componenti della famiglia Willard. La serie segue le vicende dei protagonisti asciugando l’accumulo fattuale dei suoi coevi colleghi audiovisuali per tornare ad una più distesa struttura di episodi autoconclusivi. Contemporaneamente alla verticalità del singolo, il plot porta avanti anche l’orizzontalità di una narrazione che trova il suo acme emozionale nel finale diretto da Jodie Foster. Tales from the Loop è un coraggioso ritorno al minimalismo del genere che prende a prestito alcuni dei suoi maggiori topoi (il viaggio nel tempo, l’incontro con sé stessi da adulti, i robot con animo umano) per immergerli in una cornice umanistica pacatamente ma inesorabilmente drammatica.

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Anche l’immaginario retrò anni Ottanta non diventa un campionario della cultura pop alla Stranger Things quanto un doloroso motivo di raffronto con una tecnologia ultramoderna che adesso ha lasciato solo i segni degradati della sua passata potenza. La serie è connotata da una forte impronta misterica che trova linfa dai suoi frequenti totali ispirati ai dipinti di partenza, uno per ogni episodio: i segni di un’avvenuta catastrofe sono evidenti, così come l’improvviso abbandono dello sviluppo produttivo a favore del ritrovato naturalismo dei luoghi. La popolazione sembra aver imparato ad accettare questo capitalismo del disastro tanto da vivere ad esempio la sospensione del Tempo (la puntata numero tre) unicamente come perpetuazione delle dinamiche amorose. La nascita e la morte del sentimento, ancora una volta, obbediscono ai ritmi umani e sono indipendenti dal contesto di riferimento. I tales che provengono dal Loop insomma, nonostante l’ucronia in cui sono immersi, non sono per niente weird e potrebbero essere ascritti a qualunque zona del mondo. Lo sguardo predominante nella serie è non a caso quella dei giovani che esperiscono la loro infanzia tra difficoltà che sono leggermente appena più fantastiche dei loro coetanei. Sempre centrata in questo senso è la sceneggiatura di Nathaniel Halpern che con un ritmo lento e spesso contemplativo (innervato dalle incisive musiche di Philip Glass e Paul Leonard-Morgan) riesce a rendere la necessità della perdita affettiva e del cambiamento. In fondo, come ha spesso scritto un autore recentemente scomparso, non c’è niente di più straordinario della crescita.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)