Antebellum, di Gerard Bush e Christopher Renz

Un film che prova ad inseguire il successo del black horror di Jordan Peele, senza indagare davvero le ragioni storiche del razzismo e le ripercussioni attuali. Su Amazon Prime Video

Distribuito su Amazon Prime Video, non è un caso che Antebellum annoveri tra i propri produttori gli stessi di Scappa – Get Out e BlacKkKlansman. Infatti, il film degli esordienti Bush e Renz prova a inserirsi a gamba tesa in quella corrente di black horror inaugurata dal regista di Noi e, più ad ampio raggio, nel filone di cinema nero di cui Spike Lee tiene saldamente le redini da anni, recentemente rinnovato con Da 5 Bloods e grazie all’apporto di autori giovani come Ava DuVernay (Selma – La strada per la libertà), Barry Jenkins (Moonlight) e Steve McQueen (da 12 anni schiavo alla nuova miniserie antologica Small Axe).

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Antebellum racconta una storia di razzismo e segregazione, sfruttamento e violenza che sulla carta ha un chiaro intento politico. Ma in verità Bush e Renz, nella doppia veste di sceneggiatori e registi, arraffano topoi di genere dai predecessori (la duplice linea temporale, il tema del doppio), incagliandosi però nel politicamente corretto, senza apportare davvero nuova linfa alla discussione tematica e adagiandosi con troppo compiacimento sul formalismo tecnico, espresso fin da subito dal piano sequenza di apertura. «Il passato non muore mai. E non è neanche passato». Il didascalismo del film si manifesta fin dal prologo con la frase di Faulkner, che con lo scorrere dei minuti passa dall’essere semplice anticipazione ad incarnarsi in vera e propria battuta programmatica, pronunciata da Janelle Monáe (Il diritto di contare) che più che una protagonista sembra la personificazione di un manifesto politico che si esprime a slogan antirazzisti e femministi ormai esausti.

Tra ralenti estenuanti, dialoghi retorici e personaggi senza storia, Antebellum prova, senza riuscirci, a ricalcare le orme del successo di Jordan Peele, appropriandosi pretestuosamente delle medesime istanze, infagottandole e rigurgitandole confusamente. Tanto che la comunità afroamericana non ha affatto gradito l’operazione compiuta da Bush, Renz & Co., sollevando un gran numero di polemiche, proprio a causa dell’uso strumentale che il film fa dello schiavismo, sfruttato come mero scenario (nel vero senso della parola) su cui far muovere personaggi-burattini (che come tali si muovono, basti pensare alla scena di Veronica che improvvisamente si lancia in movimenti da contorsionista), senza scandagliarne le ragioni storiche e le ripercussioni sociali attuali, ma tentando furbescamente di cavalcare l’onda del trend e dell’indignazione post Black Lives Matter, in un’epoca in cui l’Alt Right americana di matrice trumpiana ha pericolosamente recuperato terreno. Un’operazione studiata a tavolino ma molto meno lucida di ciò che pensa e vorrebbe essere, tradita dai propri stessi intenti, sbandierati con faciloneria, di adattarsi ai temi caldi del momento per raccogliere consensi.

 

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Titolo originale: id.
Regia: Gerard Bush, Christopher Renz
Interpreti: Janelle Monáe, Eric Lange, Jena Malone, Jack Huston, Kiersey Clemons
Distribuzione: Eagle Pictures/Prime Video
Durata: 105′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.29 (7 voti)
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Un commento

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    Buongiorno, rispettando l’opinione della recensione, non sono d’accordo su nessun punto. Ritengo il film un capolavoro, scenografia fotografia attori e musiche.
    Personalmente mi limito a guardare il film.
    Finalmente un film dove non si capisce già la fine dal titolo e dal trailer.

    Giacomo Scavo