My Fair Lady, di George Cukor

Audrey Hepburn nel ruolo che avrebbe dovuto essere di Julie Andrews. Ma oggi non potremmo immaginare questo film senza di lei e senza le splendide creazioni di Cecil Beaton.

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Un’esplosione di fiori in Technicolor accoglie lo spettatore; potremmo essere in un film di Powell e Pressburger e in parte è così, perché My Fair Lady è una favola romantica sospesa in quella dimensione sognante e principesca a cui Audrey Hepburn ci ha abituati. Eccola lì Eliza Doolittle, passeggiare sotto la pioggia per le vie londinesi cercando di vendere un mazzolino di violette. Sporca, vestita di stracci e con un dialetto da far accapponare la pelle. Il glottologo Higgins (Rex Harrison) ne fa oggetto di scherno e del suo prossimo esperimento: entro sei mesi trasformerà la fioraia in una dama dell’alta società e nessuno sarà più in grado di riconoscere le sue origini.

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L’adattamento per il grande schermo del Pigmalione di Bernard Shaw non si discosta molto dal musical di Broadway del 1956. Se Harrison fu confermato nella parte del professore, lo stesso non accadde per la protagonista, un’allora giovanissima Julie Andrews. Jack Warner preferì puntare su un nome più sicuro ed Hepburn era una garanzia. Poco male, perché la sua decisione contribuì in qualche modo a fare la storia del cinema: Andrews viene scelta da Disney per il ruolo della tata praticamente perfetta sotto ogni aspetto e gli Oscar la premiano come miglior attrice. Celebri le parole di Andrews alla cerimonia dei Golden Globe, dove trionfa anche su Hepburn che era stata candidata: “Finally, my thanks to a man who made a wonderful movie and who made all this possible in the first place, Mr. Jack Warner”.

Oggi non potremmo immaginare My Fair Lady senza Audrey Hepburn. Nonostante non possedesse l’eclettismo vocale di Andrews, motivo per il quale Cukor sceglie di farla doppiare nel canto da Marni Nixon, tuttavia Hepburn ancor più di attrici a lei contemporanee come Taylor appartiene per nascita alla modernità. Barthes dedica un brevissimo saggio al viso di Greta Garbo che rappresenta uno “stato assoluto della carne”, “un’idea platonica della creatura”; alla fine lo compara a quello di Hepburn: se il primo è di “ordine concettuale”, è “Idea”, il secondo è di “ordine sostanziale”, è “Evento”. Perché Hepburn non è solo l’attrice o una tipologia di personaggio, ma è anche persona e sono questa complessità e la percezione che di lei abbiamo attraverso il passaggio del tempo a farne tanto altro rispetto al cinema e a porla molto oltre il cinema.

Qui è una donna-bambina che pretende il rispetto di un uomo poco socievole con l’umanità, uno scapolo convinto ed egocentrico. Maschile e femminile, i poli su cui Cukor si interroga – “perché la donna non è come me?”, canta Harrison; si ride di gusto nelle schermaglie tra i due, si insinua anche un diversivo per far scoppiare la scintilla (Jeremy Brett) e si soffre quando, finito il gioco, la realtà bussa alla porta per chiedere il conto. Sotto la superficie sfarzosa e luccicante di imperatrici e duchesse alle quali Cukor guarda con ironia (con loro basta limitarsi a due argomenti: il tempo e la salute), c’è l’essere con i suoi sentimenti, le sue fragilità, la propria voce. Di fronte a questo ogni tipo di prosopopea è inutile.

Cukor crea il palcoscenico perfetto per dare spazio alle sue attrici: come dieci anni prima con Judy Garland, qui mette in scena un musical monumentale fatto di fondali dipinti, grandi scenografie che ricostruiscono ambienti esterni, caratteristi formidabili (Stanley Holloway avrebbe meritato l’Oscar). È un genere che ormai non ha più bisogno di nascondere le convenzioni: la finzione diventa essa stessa parte della messa in scena esibendo volutamente il suo statuto. Come un quadro che si anima davanti ai nostri occhi, i personaggi iniziano a muoversi e a cantare. La sequenza all’ippodromo è in tal senso il punto più alto di questa evoluzione.
La coreografia di Hermes Pan (collaboratore di lunga data di Astaire), come la camera discreta di Cukor, sono essenziali nella rappresentazione del carattere aristocratico: i personaggi non si scompongono nemmeno durante un divertissement sportivo che richiederebbe tifo e urla; si limitano a osservare impassibili con i loro binocoli lo sfrecciare dei cavalli (mentre intonano “I have never been so keyed-up”). E quando Hepburn, vestita della celebre creazione di Cecil Beaton, si lascia scappare: “Cammina Dover! Ma che ti pesa il culo?!”, tutti intorno a lei si scandalizzano e qualcuno sviene.

My Fair Lady portò a casa otto statuette tra cui miglior film, regia e attore protagonista a Rex Harrison. In Italia è diventato un caso di studio per via delle difficoltà ad adattare il cockney: se l’analogia con una mescolanza regionale italiana non si è rivelata il procedimento più adeguato, causando un vero e proprio “linguicidio” che spezza la verosimiglianza del racconto, le voci di Di Meo, Centi, Gazzolo, Pavese, Tettoni e Simoneschi e, più in generale, le altre scelte di doppiaggio sono ineccepibili: “La rana in Spagna gracida in campagna”.

Titolo originale: id.
Regia: George Cukor
Interpreti: Audrey Hepburn, Rex Harrison, Wilfrid Hyde-White, Stanley Holloway, Gladys Cooper
Durata: 170’
Origine: USA, 1964
Genere: commedia musicale

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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