SPECIALE HORROR – Domestic Violence (ogni cosa qui dentro aspetta un segnale)

L'istante più spaventosamente angosciante di The Bay è un fuoricampo, “ricostruito” con l'audio delle ricetrasmittenti dei due agenti di pattuglia che si avventurano nella casa da cui si sentono provenire urla strazianti e disumane in piena notte. Mentre l'immagine, che ci viene restituita dalla camera posta sul lunotto dell'automobile dei poliziotti, resta immobile sulla facciata inconsapevolmente neutra dell'edificio, quello che ci raccontano i suoni e i rumori che sentiamo è di una mostruosa e letale colluttazione contro esseri umani moribondi tra atroci sofferenze, e spietate creature striscianti da un altro mondo. E' il momento in cui Levinson mostra di aver meglio assimilato i trucchi del found footage: ovvero quell'ansiogena, disturbante sensazione di orrore nascosto e pronto a colpire dietro la facciata del quotidiano, del familiare, negli angoli bui di quello che vediamo ogni giorno con i nostri occhi (seminale continua allora ad essere Diary of the dead di Romero al di sopra di qualunque altro esperimento simile, si ripensi anche giusto ai filmini amatoriali di feste e compleanni con sorpresa zombie in agguato…).

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Dietro la porta di casa. Un film pantagruelicamente scenografico (il vero kolossal esoterico di Rob Zombie) come Lords of Salem chiarisce la questione già dal Méliès sulla parete dietro al letto (a trip to the sheri moon?), e poi costruisce di tassello in tassello il proprio incubo uterino partendo proprio dalle stampe sulle pareti, le statue dentro casa, la collezione di vinili, le luci al neon. Viene in mente l'immagine più memorabile di un'opera davvero interessante quanto ignorata com'è stata L'acchiappasogni (Stephen King, va senza dire) di Larry Kasdan, ovvero il magazzino della memoria visualizzato dal protagonista Jonesy nella propria testa: l'archivio vivente dei riferimenti, dei ricordi, degli appunti inconsapevoli, messo in scena come labirinto di Escher o Merzbau in fieri. E' là dentro che si rinchiude, per salvarsi, l'ultimo barlume di coscienza dello stesso Jonesy nel momento in cui l'essere alieno prende il controllo del suo corpo. La metafora è cristallina. My friend and teacher occupies a spare room: he's dead, at peace at last.

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Quando smette di citare Hitchcock (con uno split screen “analogico” che è in sostanza la versione soprannaturale di quello in Marnie nella sequenza del furto dalla cassaforte), anche Muschietti ne La madre scopre finalmente lo spazio, gli spazi, il panorama fuori dalla finestra, quella rupe dove esplode il melodramma fantasy che deve aver conquistato Guillermo Del Toro tanto da interessarlo alla produzione del film. Cosa si vede dalla finestra di queste case?

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Mark Tonderai fa un lavoro talmente pessimo con il suo brutto House at the end of the street tanto da lasciarsi sfuggire e la casa, e la strada, e la fine; e dire che, nonostante uno script suicida, la possibilità per raccontare il cunicolo di Carrie Anne, la sua prigione-budello sotterranea, il regista avrebbe potuto ritagliarsela (davvero la fuga mancata dal gazometro di Giallo mette ancora una volta e nonostante tutto Dario Argento über alles?).

Questo per dire come, di tutta questa golosa annata di cinema dell'orrore, forse il punto più alto è davvero rappresentato dal Sinister di Scott Derrickson/Ethan Hawke (per tacere dell'ancestrale e fenomenale horror sci-fi After Earth, di un cineasta come Shyamalan che nel precedente The Happening toccava la vetta della sezione nella casa di campagna con tunnel di collegamento che da sola raccontava, meglio di qualunque ragionamento, del budello di sangue che cola dalle quattro mura di famiglia…). Frullando la suggestione nuovamente kinghiana con una classica ghost story di demoni e apparizioni, Derrickson realizza una vertiginosa myse en abyme del found footage, che qui passa dall'essere l'elemento ormai istituzionalizzato di registrazione della possessione, dunque elemento posseduto egli stesso, al diventare tramite e veicolo del maleficio che dal filmino familiare si trasferisce alla famiglia stessa e alla loro casa (sino a tornare così sull'albero in giardino che si vede, ancora una volta, dalla finestra, e da cui tutto ha incipit).
Non è un ribaltamento di poco conto, e probabilmente insieme al venturo The Purge (che quantomeno nei toni ci ricorda l'anti-Funny Games che era il potentissimo Hostage di Florent Emilio Siri) sembra confermare la visione genuinamente politica che Hawke vuole imprimere al genere: i film sono magici, diceva il Maestro, e nelle mani giuste sono un'arma…