#Venezia78 – Gioco all’italiana

Presentato il programma della Mostra del cinema: se dal punto di vista organizzativo, la parola d’ordine è “prudenza”, la selezione scommette sul cinema italiano

Speravamo in una situazione più tranquilla rispetto all’anno scorso”, esordisce il presidente della Biennale Roberto Cicutto alla conferenza stampa di presentazione del programma di Venezia. E, invece, seppur in una condizione diversa rispetto alle incognite angoscianti del 2020, anche questa 78ª edizione della Mostra d’arte cinematografica sarà pesantemente condizionata dalla pandemia. Quindi, controlli serrati, si spera (al di là delle polemiche) facilitati dal green pass, conferma del sistema di prenotazione on line alle proiezioni, restrizioni alle presenze in sala e alle delegazioni dei film, necessarie limitazioni alle possibilità di impiego degli spazi. Prudenza è la parola d’ordine. E sembra anche una risposta a un’edizione di Cannes dove non sono mancate i problemi e le polemiche sulla gestione dell’emergenza sanitaria.

Del resto, Venezia può far tesoro dell’esperienza sperimentale dello scorso anno, quando è stato l’unico vero grande evento cinematografo live. Una specie di parentesi dall’incubo, un’ora d’aria sospesa tra la tensione e il sollievo. Ma prudenza vuol dire anche una messa in pausa rispetto a pratiche di fruizione nuove (a pagar dazio, in fondo, è la sezione più sperimentale degli ultimi anni, la VR), un ostinato rifiuto a modalità di visione streaming, accolte (per necessità) dalla Berlinale e da una miriade di festival minori nel corso dell’ultima stagione. Si ritorna in sala, dunque, senza ripensamenti. Nel mantra della condivisione. Del resto, al termine di Venezia 77, avevamo raccontato “il desiderio, dapprima timido, poi sempre più virale ed evidente, di essere ancora insieme a condividere questa cosa strana, inutile che chiamiamo cinema. Per riportarlo però all’unica cosa che conta. Poter stabilire un contatto prima, durante e dopo i film… È sembrato, per un istante, che, al di là degli abiti da sera e gli sparapose, tutto il baraccone fosse tornato a una dimensione più umana, anche se fragile e spaventata”. E che questa dimensione più intima e umana possa riconfermarsi anche quest’anno, potrebbe essere un punto a favore piuttosto che un limite. Staremo a vedere.

Ma, per quanto riguarda i film? Qui la prospettiva si fa più incerta. Anche se Barbera, nel presentare il programma, ha sottolineato una qualità media più alta rispetto agli scorsi anni, come se la pandemia avesse “favorito la creatività”. In concreto, se Cannes ha fatto incetta dei grandi nomi del cinema “laureato”, giocando da asso pigliatutto, la Biennale gioca di rimessa, puntando su alcuni titoli evento, a cominciare dall’atteso Dune di Denis Villeneuve. Per poi passare a The Last Duel di Ridley Scott e alla quota Universal rappresentata da tre film: Last Night in Soho di Edgar Wright, Halloween Kills di David Gordon Green, con Jamie Lee Curtis, Leone d’Oro alla carriera, e in concorso The Card Counter, ritorno alla regia di Paul Schrader dopo il sofferto First Reformed.

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Per il resto si punta su alcuni registi scoperti dalla Mostra (Valentyn Vasyanovych che aveva vinto Orizzonti due anni fa con il durissimo Atlantis) o, in ogni caso, affezionati al festival (Ana Lily Amirpour), su una serie di nomi solidi (Almodóvar, Brizé, Jane Campion), su degli esordi eccellenti (Maggie Gyllenhall con The Lost Daughter da Elena Ferrante) e su qualche scommessa che strizza gli occhi ai cinefili più avventurosi (il filippino “cult” Erik Matti, che sbarca in concorso con le tre ore e mezza di On the Job: The Missing Eight). Più alcuni titoli da tener d’occhio nelle altre sezioni. Nosorih, il primo film di finzione di Oleg Sentsov, il documentarista ucraino che ha scontato diversi anni di detenzione in Russia con l’accusa di terrorismo, l’animazione di Yuasa Masaaki (Inu-oh), il ritorno di Shirin Neshat in Orizzonti Extra (nuova costola expanded di quella che dovrebbe essere la sezione di ricerca del festival). E se mancano del tutto alcune cinematografie fondamentali nel panorama contemporaneo, a partire dalla Cina (a parte, se vogliamo, il film di Taiwan Pu Bu di Chung Mong-hong, in Orizzonti), a farla da padrone è il cinema italiano. Con ben cinque titoli in concorso, quota tricolore record. Film molto diversi tra loro per dimensioni produttive, forme, intenzioni: America Latina dei fratelli D’Innocenzo, Il buco di Michelangelo Frammartino, Freaks Out di Gabriele Mainetti, Qui rido io di Mario Martone su Eduardo Scarpetta, e il ritorno di Paolo Sorrentino con È stata la mano di Dio.

A questi si aggiunge una lunga lista di film italiani, a cominciare dagli eventi speciali sul tema della pandemia, Le 7 giornate di Bergamo di Simona Ventura e La Biennale di Venezia: il cinema al tempo del Covid di Andrea Segre. E poi, ancora fuori concorso, Ariaferma di Leonardo di Costanzo, La scuola cattolica di Stefano Mordini, Il bambino nascosto di Roberto Andò (film di chiusura), i documentari Viaggio nel crepuscolo di Augusto Contento, DeAndré#DeAndré, Storia di un impiegato di Roberta Lena, Django&Django di Luca Rea, Ezio Bosso. Le cose che restano di Giorgio Verdelli. E in Orizzonti, Laura Bispuri con Il paradiso del pavone, la sorpresa di Yuri Ancarani con Atlantide, La ragazza ha volato di Wilma Labate. Una schiera imponente che va ad aggiungersi ai titoli già selezionati dalla SIC e a quelli, si presume, che saranno annunciati da Le giornate degli Autori. Il tutto potrebbe far pensare legittimamente a una scelta protezionistica, di puro incentivo alla produzione nazionale. Un Lido sicuro… Ma, secondo Barbera, è il sintomo di una nuova vitalità del cinema italiano. Che, al di là della prudenza, si voglia dare un messaggio di rinascita?

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