Ma Rainey’s Black Bottom, di George C. Wolfe

Un ulteriore tassello a completare le strategie di brand activism portate avanti da Netflix negli ultimi anni: l’ultima intepretazione di Chadwick Boseman, dalla piece di August Wilson

Uno degli aspetti che più resta impresso, facendo binge watching nel catalogo di Netflix, è la capacità del colosso statunitense di veicolare, con ogni prodotto, dei valori legati al brand sempre chiari, nonostante un’offerta audiovisiva generalista e apparentemente “per tutti”.

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Così, come buona parte delle dot company sorte nell’ultimo ventennio, anche il brand activism di Netflix sembrerebbe essere vicino alle questioni ambientali e alla parità di genere, aberra ogni tipo di xenofobia e si fa megafono di storie legate all’emancipazione femminile.
Insomma, un posizionamento chiaro, ribadito in ogni strategia di content sharing oltre che nella scelta dei titoli da proporre ai propri abbonati. 

A sostegno di questa tesi sicuramente si può interpellare Ma Rainey’s Black Bottom, film di George C. Wolfe nato dall’adattamento dell’omonima piece teatrale di August Wilson, uno che in molti definiscono come il drammaturgo afroamericano più importante della storia (quello di Fences). 

In particolar modo, il film di Wolfe con la sempre convincente Viola Davis nei panni della reginetta del blues Ma Rainey, sembra essere un nuovo tassello a completare il puzzle delle storie che parlano di musica ed emancipazione.
Come per Whiplash di Damien Chazelle, anche Ma Rainey’s Black Bottom prende il titolo da una canzone che prima o poi dovrà essere portata in scena, e proprio come per il The Eddy chazelliano, anche in questo caso il suono delle trombe, dei pianoforti, è la sola e unica ragione per andare oltre un presente che proprio non va.

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Chicago, anni ’20. Sembra la città raccontata nell’ultimo romanzo di David Mamet. In uno studio di registrazione la diva Ma Rainey si fa attendere da tutta la band in attesa di incidere i nuovi pezzi. Un’attesa beckettiana come nel Pass Over riportato in scena da Spike Lee.

Stavolta però siamo oltre la blackness (nonostante Denzel Washington e il compianto Chadwick Boseman). Siamo alla ricostruzione di un vero e proprio immaginario. Il blues del Cotton Belt, nato sulle sponde del Mississippi, nel suo passaggio da Country Blues a City Blues conquista i palcoscenici delle metropoli del nord e per far ciò spesso si affidaa alle donne: oltre a Ma Rainey, Bessie e Clara Smith, Mahalia Jackson, più avanti Billie Holiday. 

Nera, donna e sola. In un tempo che abbatte le statue di chi si macchiò di xenofobia, Ma Rainey oggi ne meriterebbe senz’altro una. La gipsoteca-Netflix glie la erige, al pari di Nina Simone o della Madam C.J. Walker interpretata da Olivia Spencer in Self Made.

Forse allora questo Ma Rainey’s Black Bottom non aggiungerà nulla di nuovo alla storia del cinema, ma di certo contribuisce a maturare la consapevolezza che il futuro è delle donne, almeno tanto quanto i documentari Netflix dedicati a Michelle Obama e Alexandria Ocasio Cortez. Sempre in attesa di un imminente endorsement per la neo-vicepresidente Kamala Harris…

 

Titolo originale: id.
Regia: George C. Wolfe
Interpreti: Viola Davis, Chadwick Boseman, Glynn Turman, Colman Domingo
Distribuzione: Netflix
Durata: 93′
Origine: USA, 2020

  

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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