Tenet, di Christopher Nolan

Possiamo davvero fare a meno di Christopher Nolan? Difficile trovare nelle due ore e mezza di Tenet una singola immagine che abbia la stessa potenza di un frame dei Russo o di Leitch-Stahelski, per dire (o di 6 Underground, per chiudere la questione in via definitiva): allo stesso tempo, almeno una generazione o forse due connette l’esperienza-cinema istantaneamente alle grigie visioni del cineasta di Interstellar, gemelle di quelle tarantiniane in vetta a un nuovo olimpo di maestri dell’evento, a cui ancora una volta viene infatti affidata la chiamata a raccolta degli spettatori per resuscitare destino e funzione delle sale e dei grandi schermi. E dunque la domanda iniziale va quantomeno rovesciata: se non è possibile fare a meno di Nolan, come possiamo illuminare questo cinema, così irrimediabilmente spento, di un’urgenza anche soltanto timida?

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In Tenet non mancano le scintille in grado di accendere bagliori sul contemporaneo: il tempo non lineare, la “guerra contro il futuro”, l’informazione come unica moneta di scambio, l’entropia degli algoritmi, percezione vs realtà, l’ignoranza come arma e l’occultamento come “procedura standard” dei poteri nascosti. Molte di queste cose sono presenti in maniera ben più immersiva già in Avengers: Endgame, ma Nolan ce ne fornisce la versione per primi della classe, con dentro un paio di grandi hit degli appassionati di misteri, come gli hangar sotterranei di alcuni aeroporti e le città fantasma dell’URSS, e riferimenti più o meno velati agli eventi cruciali del 20esimo secolo e non solo (Branagh ad un certo punto cita gli architetti egizi sepolti dentro le piramidi “per non rivelarne il segreto”), lambendo senza mai indicarli davvero i false flag di 11/9 e della strage del teatro Dubrovka di Mosca, per confermare in qualche maniera nella bomba atomica il vero big bang d’inizio (o fine?) della Storia. E lo vedi che ancora una volta ci sono un sacco di motivi per ragionare di Nolan?

Tra l’altro l’intera prima sezione di Tenet, forse l’ora-e-qualcosa più vicina ad essere un Nolan in purezza che sia mai stata realizzata, rinuncia come già Dunkirk quasi del tutto alla ridondanza dei dialoghi infiniti e di pura funzionalità (con le bio dei protagonisti ridotte esplicitamente all’essenziale, tanto a chi interessa davvero dei personaggi in un suo film?), per divertirsi un po’ più del solito con rimandi e ammiccamenti tipo il quadrato magico di Sator sparso tra i cognomi dei personaggi e i nomi delle società coinvolte. Come in Inception, la struttura è apertamente quella di un Bond-movie, rivista però secondo la teoria della causalità inversa di Feynman (un positrone è un elettrone che viaggia indietro nel tempo): ciò significa che ad un certo punto bisogna comunque “portare a casa il film”, e quindi ridurre l’intera montagna delle suggestioni ad una macchina spettacolare che ripropone ahinoi la consueta piattezza e il fiato corto che riconosciamo puntualmente al Nolan finalizzatore dell’azione.
Di nuovo, non ci è permesso neanche per un istante perderci nella visione del cineasta, neppure in un film che parla al contrario come un Lynch, e che vuole riflettere su destino e libero arbitrio (quanto siamo lontani dagli arrival…): il flusso del racconto non si fa mai invito alla deriva e allo smottamento sensoriale, ma ribadisce ben salda la necessità di non distrarsi neanche per uno scambio di passaggio, che potrebbe contenere un dato fondamentale per decifrare quello che segue (?). L’invasione finale, che potrebbe essere in Russia come su Marte, soffre così imperdonabilmente di un tono zoppicante, forse davvero disinteressato a raggiungere vette drammatiche o epiche (d’altronde il film non fa che ripetere che siamo tutti già morti o già nell’aldilà, sin dall’inizio).
È un peccato perché Tenet resta probabilmente ad oggi la riflessione più centrale di Christopher Nolan (potremmo addirittura quasi non farne più a meno…), legata tra l’altro a quella squadra di opere che di questi tempi vogliono ragionare del punto di ripristino necessario a cui abbiamo spinto questo pianeta. Ma gli manca nuovamente il coraggio di espandersi, di liberare seriamente la formula, di disarcionare fino in fondo il canone filmico come unico testo riconosciuto per agire sulle immagini in movimento. Perché è vero, come di consueto lo sforzo di Nolan nasconde un’evidente metafora sul potere della macchina-cinema, dell’effetto speciale e del montaggio: ma in quest’ottica, il vero Tenet rimane ancora Démolition d’un mur dei fratelli Lumière (1896).

Titolo originale: id.
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: John David Washington, Robert Pattinson, Elizabeth Debicki, Aaron Taylor-Johnson, Clémence Poésy, Michael Caine, Kenneth Branagh, Dimple Kapadia, Himesh Patel, Fiona Dourif, Andrew Howard, Martin Donovan
Distribuzione: Warner
Durata: 149′
Origine: UK, USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
2.95 (20 voti)

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