Il principe cerca figlio, di Craig Brewer

Il Principe cerca figlio è un felice esempio di black cinema retto da Eddie Murphy, che aggiorna lo spirito del film originale pur non essendo incisivo e politico fino in fondo

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Tra Il principe cerca moglie ed il suo seguito ci sono circa trentatré anni, un’eternità dal punto di vista culturale. Il film di Landis è diventato un cult per intere generazioni di afroamericani ed Eddie Murphy, negli anni ’80, era forse il nero più popolare d’America ma poi tutto ha finito per offuscarsi. Prima il cinema di Spike Lee, poi Black Lives Matter e l’esperienza di Black Panther hanno infatti spinto gli afroamericani a teorizzare un cinema che li raccontasse senza mediazioni o scorciatoie.

Non sorprende dunque che il regista de Il principe cerca figlio sia Craig Brewer, un bianco il cui cinema è però caratterizzato da una linea di ricerca tutta rivolta allo storytelling della cultura afroamericana tra icone e motivi ricorrenti. Dopo aver girato con Eddie Murphy Dolemite Is My Name, il biopic sul re della blaxploitation Rudy Ray Moore, dunque, tornare su un cult generazionale come il film di Landis pare per lui una scelta obbligata.

Il viaggio di Re Akeem e del suo amico Semmi, costretti a tornare in America per trovare il figlio segreto del sovrano ed incoronarlo principe, è quindi l’occasione per sviluppare quella linea di ragionamento recente che studia quanto il racconto della blackness sia cambiato in più di trent’anni. Brewer si inserisce quindi nel solco di Beyoncé, dell’ultimo Spike Lee, dei Run The Jewels e lo fa organizzando il suo film sulla formula dell’archivio, strumento linguistico centrale in progetti di questo tipo. Con l’archivio il racconto della black culture viene riordinato e osservato attraverso la distanza temporale, utile a riposizionare certi riferimenti o a mostrarne le ambiguità. Se tuttavia la massa da affrontare, per Lee è la guerra del Vietnam e per The Good Lord Bird sono le icone afroamericane, Brewer lavora sul film di Landis e sul suo statuto di cult.

Il Principe cerca figlio

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Il regista attraversa Il principe cerca moglie, lo amplia, ne mostra i punti ciechi, ne ribalta le premesse, lo utilizza per costruire un film che è un atlante pop utile a problematizzare l’identità afroamericana all’apice dei movimenti Black Lives Matter.

Brewer lavora sul decadimento di un immaginario, mostrando al contempo le falle di certo storytelling afroamericano convenzionale. L’esotica Zamunda ora è una sorta di Wakanda occidentalizzato, che ha perso le proprie radici e diventa il contesto ideale per accogliere le dinamiche di un contraddittorio gruppo di personaggi, tra vecchi afroamericani attenti a “non fare la voce da bianco”, ma che dei bianchi accettano la gentrificazione, giovani che mettono in discussione il loro retaggio culturale e afroamericani arricchiti che si dimenticano di quelli più poveri. All’interno del discorso rientra anche un lavoro sulla fisicità di Murphy. L’attore continua ad essere uno degli autori indiretti del film, a scriverlo con i suoi gesti, la sua mimica, i suoi personaggi, a caricarlo di blackness ma Brewer punta ad andare oltre. La regia è infatti interessata a osservare il peso del tempo sul personaggio di Murphy: rilancia gag dal primo film, utilizza la pellicola di Landis nei flashback, organizza un gioco tra ieri e oggi utile a rimarcare lo stacco tra ciò che era Murphy e ciò che è diventato ora, quasi a voler mettere tra parentesi il prequel, straordinario cult ma al contempo narrazione che non può più porsi come racconto efficace di un contesto così complesso.

Il discorso che Brewer sottende al Principe cerca figlio è contemporaneo, peccato non riesca a portarlo fino in fondo dato che l’ultimo atto ristabilisce le convenzioni narrative e abbandona in maniera imprevista il discorso politico portato avanti fino a quel momento.

Animato da intenti nobili e da un chiaro rispetto nei confronti della materia trattata, a Il Principe Cerca Figlio, manca, prevedibilmente, l’affondo militante di Black Panther o di Da 5 Bloods ma il film di Brewer rimane una pellicola felicemente fuori dal tempo: pienamente inserita nelle coordinate del black cinema contemporanea, retta dal carisma di Eddie Murphy ed Arsenio Hall ma al contempo scritta e diretta da bianchi.

Titolo originale: Coming 2 America
Regia: Craig Brewer
Interpreti: Eddie Murphy, Arsenio Hall, Leslie Jones, Tracy Morgan, Wesley Snipes, Teyana Taylor, James Earl Jones
Distribuzione: Prime Video
Durata: 110′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.5 (4 voti)
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