KIMI di Soderbergh: l’Homepod come voce dal futuro

Kimi è il prossimo film di Steven Soderbergh che sembra voler riflettere sul sempre maggiore controllo sulla nostra privacy attraverso i nuovi assistenti vocali domestici

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“Mia moglie mi ha chiesto perché parlo a bassa voce in casa. Le ho detto che ho paura Mark Zuckerberg ci ascolti! Lei ha riso. Io ho riso. Alexa ha riso. Siri ha riso.”
James Franco

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È di prossima uscita, il 10 febbraio su HBO Max, il nuovissimo film di Steven Soderbergh Kimi. Scritto e prodotto da David Koepp, sceneggiatore di alcuni dei più grandi successi di Hollywood come Carlito’s Way, Jurassic Park e Spider-man, Kimi parla di un’informatica che controllando un flusso di dati, tramite una registrazione vocale, scopre un orrendo crimine. Zoë Kravitz interpreta Angela Child, una donna agorafobica e solitaria che cercherà di segnalare l’accaduto incontrando però la resistenza e la burocrazia della sua azienda. Questo la porterà ad avventurarsi fuori dal suo appartamento affrontando le proprie paure e soprattutto le folle di manifestanti inferocite per le limitazioni imposte dal governo a causa del Covid-19.

Steven Soderbergh sembra aver registrato l’ennesimo capitolo di una filmografia incentrata sul controllo e la videosorveglianza, tematiche spesso e volentieri presenti nei suoi lavori. Le scene viste nel trailer, dove la protagonista sbircia i suoi vicini di casa, riportano subito alla mente Hitchcock e il suo La finestra sul cortile. Se il film di Hitchcock nel 1954, insieme a Peeping Tom di Michael Powell, erano le opere più strettamente collegate alla visione del cinema e al voyeurismo dello spettatore si può dire che Soderbergh, con i suoi nuovi progetti, abbia ribaltato la situazione.

Lo spettatore della seconda fila subiva la visione, diventava complice, mentre lo spettatore della prima, nel caso di Hitchcock James Stewart stesso, diventava parte integrante della narrazione. Negli anni l’audiovisivo è sempre più diventato il Tom Baxter de La rosa purpurea del Cairo che esce fuori dallo schermo per fuggire all’interno del suo mondo con Mia Farrow. L’illusione è che lo spettatore, estremamente coinvolto, abbia iniziato ad essere parte attiva della narrazione, quando invece è sempre rimasta un certo tipo di distanza invalicabile tra i due mondi. La finta apertura data da Black Mirror: Bandersnatch, ne è l’esempio. Per quanto lo spettatore possa fare le proprie scelte esistono sempre delle limitazioni e cinque finali scritti.
È interessante a questo punto lo sviluppo che ha avuto Steven Soderbergh negli anni, che in maniera più estrema rispetto ad altri sembra dirci che l’essere umano ha totalmente perso il controllo. È il mondo circostante che guarda noi, aiutato da una tecnologia sempre più innovativa che diventa autosufficiente apprendendo dall’essere umano. Sembra impossibile al giorno d’oggi sfuggire al controllo della macchina che tutto ascolta e tutto vede. Lo spettatore è diventato parte passiva. In Unsane, ad esempio, i pochi minuti d’apparizione di Matt Damon, poliziotto esperto in casi di stalking, che spiega alla protagonista come comportarsi per limitare il suo predatore ci fanno comprendere come ormai in un’ottica totalmente orrorifica tutti siano possibili prede della tecnologia. Niente Instagram, niente Facebook, non farsi taggare nelle foto. L’unico modo per fuggire è cercare di non essere visibile. È proprio per questo che nel contemporaneo l’ultimo fuggitivo possibile è il vecchio corriere di The Mule interpretato da Clint Eastwood. Un anziano che rifiuta categoricamente tutte quelle innovazioni, soprattutto tecnologiche, che non comprende e che lo renderebbero visibile alle forze dell’ordine.

Negli ultimi anni si è sempre più diffuso l’utilizzo domestico di intelligenze artificiali, come Alexa, in grado di dialogare e interpretare il linguaggio umano. Dei veri e propri assistenti che hanno continuato a svilupparsi, dialogando tra di loro e diventando sempre più centrali all’interno delle nostre vite private. Ovviamente il cinema non è mai rimasto in disparte e a tal proposito, anche nell’audiovisivo hanno iniziato a fare la loro comparsa questi piccoli assistenti. Ascoltatori che spesso e volentieri prendono il totale controllo dei fili della narrazione e soprattutto delle sorti dei protagonisti. Da Her di Spike Jonze fino ad arrivare a Fede Alvarez che con Calls riesce a costruire un prodotto che si regge unicamente sulle registrazioni vocali, sia il cinema che la serialità hanno compreso l’importanza della voce e del fuoricampo. Scene come quella in Us di Jordan Peele dove l’assistente vocale diventa complice degli assassini non ci sembrano più ormai così distanti. Quello che ci fa più paura è diventato l’errore, il riprodurre gli NWA invece di chiamare la polizia.

Potrebbe essere considerato un errore anche quello di non dar più spazio all’azione, ma quello che adesso ci interessa è l’effetto che viene dopo. I tempi morti che Hitchcock rifiutava e di cui noi siamo pieni. Non si spiegherebbe sennò il successo delle live di Twitch, dei podcast e tutta questa particolare attenzione del contemporaneo verso non più il controllo, ma il farsi controllare dal tempo della diretta. Se da una parte tutto questo può terrorizzare, nel campo audiovisivo questi ragionamenti non fanno altro che creare ulteriore sperimentazione sui formati e i media. Ad oggi il pubblico è pronto per desktop movies o tipi di narrazione come quelle di Fede Alvarez, e questo riesce a dare una libertà creativa che forse non era mai stata raggiunta prima. Basterebbe piazzare delle camere sul pubblico, farli rivedere allo schermo mentre un qualsiasi Homepod, da casa di uno dei presenti, manda gli audio registrati in settimana per creare forse una delle esperienze cinematografiche più contemporanee di sempre. Cosa ci aspetta in futuro? Sicuramente tanto Soderbergh e sicuramente tanti altri prodotti che prevedono non solo l’utilizzo in campo dei nuovi device, ma anche di nuove forme narrative che partono da questi nuovi protagonisti e dal loro nuovo linguaggio.

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