West Side Story, di Steven Spielberg

Tutti i frammenti del genere che hanno attraversato il cinema del regista riuniti in un unico film. Magico, violento, politico, emozionante, uno dei più bei musical di sempre.

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Lo avevano già fatto Coppola (Sulle ali dell’arcobaleno, Un sogno lungo un giorno), Scorsese (New York, New York), De Palma (Il fantasma del palcoscenico), Altman (Nashville, Radio America). Lo ha fatto tutta la vita Demme. Del gruppo dei più grandi cineasti emersi tra la seconda metà degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, all’appello mancava solo Spielberg. Ma West Side Story è davvero il suo primo musical? Forse lo è integralmente se guardiamo alle forme classiche del genere a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Ma tranne Scorsese e Coppola, negli altri casi ci sono travolgenti imperfezioni, contaminazioni. Tra Broadway e il film-concerto, tra il palcoscenico e la strada. Il cinema di Spielberg in passato è stato pieno di impurità musical: la comunicazione tra gli umani e gli extraterrestri di Incontri ravvicinati del terzo tipo, i movimenti danzanti di Harrison Ford nei quattro film su Indiana Jones e di Leonardo DiCaprio in Prova a prendermi, i sogni impossibili con le luci dell’aldilà di Always – Per sempre.

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West Side Story ha il look del remake fedelissimo. In parte lo è, in parte no. E in parte Spielberg se ne è impossessato con una grandissima, incontrollata, immensa dichiarazoone d’amore al genere. Come nel musical del 1961 dell’accoppiata Robert Wise-Jerome Robbins che ha avuto un grandissimo successo e ha vinto 10 Oscar che è arrivato poco prima della grande crisi del genere e l’arrivo della New Hollywood, al centro della vicenda si frontaggiano sempre due bande rivali per il controllo del territorio. Da una parte ci sono i Jets, immigrati europei di seconda generazione. Dall’altra gli Sharks, un gruppo di portoricani arrivati a New York di recente. Mentre i quartieri della città sono in piena trasformazione urbanistica, ad alimentare ancora di più lo scontro tra le due gang c’è l’incontro tra Tony e Maria. Lui è il co-fondatore dei Jets da cui si è allontanato dopo essere stato in carcere e ora lavora da Doc’s, il negozio gestito da Valentina. Lei è la sorella di Bernardo, aspirante pugile e leader degli Sharks che ha già pensato di accasarla con il timido Chino da cui non è attratta. Si vedono al ballo e tra loro scatta subito il colpo di fulmine. Come Romeo e Giulietta, il loro è subito un amore contrastato. Ma si amano alla follia e faranno di tutto per raggiungere la felicità.

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West Side Story è un film sulla memoria. Del cinema, dello stesso Spielberg. Comincia come il musical del 1961 con l’inquadratura della metropoli dall’alto. Stavolta c’è l’immagine delle gru e gli edifici in demolizioni in uno spazio dove stanno per sorgere nuovi quartieri. È il 1957. Un altro viaggio nel tempo, come quelli che hanno segnato gran parte del suo cinema, da 1941. Allarme ad Hollywood a Il colore viola, da L’impero del sole, a Schindler’s List, Salvate il soldato Ryan e Munich. Ma è anche un viaggio nella memoria di Spielberg, da quando aveva ascoltato per la prima volta le canzoni sul disco quando il regista aveva 10 anni. “West Side Story – ha detto il regista-  è stato il primo album di musica popolare entrato in casa. Non riuscivo a smettere di ascoltarlo”

Gli occhi di Spielberg oggi sono ancora quelli di un ragazzino incantato. Il musical di Broadway del 1957 viene rivisto attraverso i suoi occhi con la stessa sorpresa, lo stesso incanto dei protagonisti di E.T. davanti all’alieno o di Jurassic Park e Il mondo perduto davanti ai dinosauri. La sua versione è insieme un melodramma disperato e un film politico che racconta molto dell’America di oggi sull’immigrazione dell’era Trump e sulle violenze della polizia. Innanzitutto, contrariamente al film del 1961, ci sono molti giovani attori di origine ispanica. Poi  c’è il personaggio transessuale di Anybodys interpretato da Iris Menas. Infine c’è un nuovo numero musical, La Borinqueña, che è l’inno portoricano scritto nel 19° secolo dopo una delle prime grandi rivolte popolari per l’indipendenza del paese nel 1868. Ma è anche, e soprattutto, una danza, di suoni, musica e colori, dove la fotografia di Janusz Kaminski crea uno spettacolo pirotecnico tra riflessi sul pavimento, le ombre sul lenzuolo nel bacio tra Bernardo e Anita (il cinema dietro lo schermo), le luci che si riflettono nell’acqua o l’immagine di Maria (bravissima Rachel Zegler, al suo primo film, nel ruolo che è stato di Natalie Wood) davanti allo specchio mentre si mette il rossetto.

West Side Story è pura magia. Violento ed emozionante. C’è la versione originale con tutto il cuore di Spielberg con la passione che, nei celebri numeri Maria e Tonight – con Tony che si arrampica sul balcone e tutta la seduzione e la passione sono filmati con i volti separati dalla griglia della scala che li tiene separati – divampa e diventa incontrollabile. Spielberg mostra lo stupro e la morte come in un film di guerra, dialoga continuamente con il film precedente anche con il il corpo di Rita Moreno che nel film di Wise-Robbins era stata premiata come miglior attrice non protagonista per il personaggio di Anita e qui invece interpreta Valentina, la proprietaria del negozio dove lavora Tony che sostituisce il personaggio di Doc nella versione del 1961. Ma poi lascia riemergere la storia dall’ombra come Lincoln, ritrova l’euforia del genere con i cocomeri sganciati dal camion dove gli oggetti giocano e ballano come in un film di Gene Kelly e Stanley Donen.

I protagonisti potrebbero uscire dallo schermo e ballare con noi, a cominciare da Ansel Elgort che ci sposta da una direzione all’altra come al volante di Baby Driver.  Tra ombra e luce, desiderio e malinconia, West Side Story è uno dei più bei musical di sempre. Non è più un omaggio al genere, non si tratta di nessuna esercitazione. Sono tutti i sogni di Spielberg bambino che si mescolano con quelli dei suoi personaggi bambini. Così il cinema più serio e politico del regista e quello più giocoso e infantile trovano stavolta l’abbraccio più bello.

 

Titolo originale: id.
Regia: Steven Spielberg
Interpreti: Ansel Elgort, Rachel Zegler, Ariana DeBose, David Alvarez, Mike Faist, Josh Andrés Rivera, Ana Isabelle, Corey Stoll, Brian d’Arcy James
Distribuzione: Walt Disney Pictures
Durata: 156′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5
Sending
Il voto dei lettori
2.83 (40 voti)
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