Thor: Love and Thunder, di Taika Waititi

Thor non ha più una patria, un’arma distintiva ed è un bipolare ed egocentrico picaro dello spazio. Ormai, è lo strumento perfetto per il cinema di Taika Waititi.

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Tutti i personaggi del MCU hanno affrontato delle imprevedibili evoluzioni narrative a cui il loro carattere complessivo si è dovuto rapidamente adeguare. Nessuno di loro è rimasto come era stato presentato e del resto il lungo arco temporale da Iron Man (2008) in poi ha cambiato anche il pubblico. Tuttavia, si fa fatica a trovare un eroe che ha vissuto una trasformazione più marcata di quella che ha coinvolto il dio del tuono. Nessuno può dimenticare che la regia di Thor (2011) sfoggiava la prestigiosa e sorprendente firma di Kenneth Branagh. Il suo contributo aveva incardinato la lotta di potere asgaardiana tra il protagonista e il fratellastro Loki sull’inevitabile schema di una corte shakespeariana. The Dark World (2013) aveva confermato la scelta di questo percorso almeno fino all’inatteso trionfo commerciale di Guardians Of the Galaxy (2014).

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Lo spin-off di James Gunn ha avuto un successo tale da diventare una formula a parte del MCU e il Figlio di Odino è lentamente scivolato verso le sue regole. Ormai, la banda di Starlord lo chiama spesso per risolvere le sue missioni più complicate. Così, il contrasto tra la sua solennità retorica e lo sboccato colloquiale di Rocket Racoon ha aggiunto un ulteriore elemento comico. La spiccata personalità visiva di Taika Waititi gli ha regalato una palette peculiare. L’eroe non ha più una patria, fatica a trovare uno scopo ed è diventato un egocentrico e bipolare picaro dello spazio. Persino la sua arma distintiva non è più così scontata e le sue indecisioni tra il suo amato martello e la sua nuova ascia aprono nuovi sipari di umorismo. Love and Thunder gli ha almeno dato uno stile sempre più definito ed originale che esaspera ancora di più la rottura di Ragnarok (2017).

Taika Waititi sceglie sempre dei temi tipici della mitologia norrena, abbraccia la sua epica e ne riconosce il senso tragico. Eppure, la sua missione è dissacrarla in ogni modo possibile, come farebbe un vero macellatore di dei. Il villaggio scandinavo che ha accolto i sopravvissuti dello sterminio asgaardiano è un’attrattiva turistica per mortali, in cui le leggende nordiche sono ridotte ad avanspettacolo. Il villain cerca di uccidere le divinità sparse per l’universo con l’accusa di aver tradito le aspettative di eternità dei loro seguaci. Le sue preghiere per la salvezza della figlia caddero nel vuoto davanti ad un pingue, vizioso e scostante dio del sole. I suoi sforzi impallidiscono rispetto a quello che il cineasta neozelandese riesce a fare con la ricostruzione dell’assemblea di Onnipotence City.

 

Il consiglio presieduto da Zeus riunisce un pantheon pigro ed imbolsito che si preoccupa dell’organizzazione della prossima orgia e di chi può vantare il più alto numero di sacrifici. Gli atti sacrileghi di Taika Waititi sono innumerevoli e il più grande di tutti è quello di contaminare persino il dio del fulmine. La sua verve dissacratoria è molto più efficace delle cruente esecuzioni di Gorr e della sua necrospada. Il disagio con cui Natalie Portman recita le sue battute e l’incongrua prova di talento di Christian Bale indicano la difficoltà del divismo a confrontarsi con il suo cinema. Del resto, anche in Jojo Rabbit (2019) il salto verso la disperazione era affidato ad un paio di scarpe, mentre Scarlett Johansson in primo piano era bravissima a reggere il gioco allo sguardo innocente di suo figlio. Chissà se c’è stato un sadico compiacimento nel trascinare una grande attrice nei panni scomodi della dea del tuono.

La questione non riguarda affatto Chris Hemsworth e la sua sintonia con il personaggio non è più una banale questione di somiglianza fisica. Love and Thunder ribadisce come l’immedesimazione si sia allargata ad un’affinità totale e l’interpretazione sia diventata soprattutto un divertimento. Sembra che Taika Waititi richieda ai suoi spettatori e al suo cast di non prendersi mai sul serio. Come se questa leggerezza fosse l’unico modo per dire qualcosa di veramente significativo. Forse, regalare questo mood anche al pubblico è la vera funzione del grande schermo in questo tempo storico. Il regista prende i grandi e zoppicanti classici fantasy degli anni ’80 e li rende finalmente possibili attraverso la tecnologia. Conosce la chiave dell’immaginario cinematografico infantile del suo pubblico, come accedere alla sua ingenuità e come sospendere la sua incredulità.

Wonder Woman 1984 (2020) aveva provato a fare la stessa cosa ma non c’era riuscito. I riferimenti si annacquavano nel tentativo di fare girl empowerment e nella pretesa di dover comunque lasciare un messaggio. Potrebbe anche essere che non appartenessero ad un bagaglio di cultura popolare così affascinante. Invece, i kolossal di Dino De Laurentiis erano promesse mancate il cui ricordo/rimpianto non si è mai sopito del tutto. Love and Thunder si preoccupa di portare Thor sul campo di battaglia, fargli chiamare una scarica con Stormbreaker, lanciarlo verso i nemici con i Guns N’Roses a tutto volume. Il MCU può aggiungere il sottogenere della classic thor adventure al suo repertorio.

 

Titolo originale: id.
Regia: Taika Waititi
Interpreti: Chris Hemsworth, Natalie Portman, Christian Bale, Tessa Thompson, Jaimie Alexander, Chris Pratt, Dave Bautista, Russell Crowe, Karen Gillan, Sean Gunn
Voci: Taika Waititi, Vin Diesel, Bradley Cooper
Distribuzione: Walt Disney Pictures
Durata: 125’
Origine: Australia, USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
3 (2 voti)
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