When You Finish Saving the World, di Jesse Eisenberg

Apertura della Semaine de la Critique, l’esordio di Eisenberg dietro la mdp è un ritratto di famiglia in cui anche le immagini, come i personaggi, fanno fatica ad accendersi di reale empatia

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Jesse Eisenberg esordisce nel lungometraggio con un film tratto da quello che un tempo si sarebbe chiamato un radiodramma, mentre adesso è si definisce “audible”, realizzato con un certo successo nel 2020 e incentrato su più storie intrecciate (tra cui la voce dello stesso Eisenberg), sensibilmente ricalibrate per questa versione cinematografica. E la prima riga di questo pezzo potrebbe essere tranquillamente una linea di dialogo del film, in cui la madre Julianne Moore ignora cosa voglia dire quando il figlio adolescente è in “live streaming” dietro la porta chiusa della sua cameretta. A prestare volto e voce a Ziggy, il cantautore indie-folk in erba che raccoglie follower da tutto il mondo durante le sue dirette su Hi-Hat, è Finn Wolfhard, il divo in ascesa di Stranger Things, It e Ghostbusters: Legacy, attore che in effetti milita anche da frontman in una sua band. Le sue filastrocche sgangherate e ingenue fanno da playlist di When You Finish Saving the World insieme al controcanto di musica classica ascoltato dalla madre ad alto volume per zittire i pensieri, e continuare dritta e inamovibile nella sua quotidianità dove non c’è spazio per una reale empatia, se non quella a comando, quando deve porsi in ascolto delle donne che ospita nel centro sulla violenza domestica che gestisce.

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Ecco, tutto il film è costruito intorno a dicotomie decisamente sfrontate, nonché sottolineate dai dialoghi, come questa indie-folk vs musica colta: le traiettorie con cui le vicende dei protagonisti si evolvono risultano così particolarmente meccaniche e farraginose. Ziggy scopre la passione militante solo per conquistare la compagna di scuola Lila (l’Alisha Boe di Tredici, in un incredibile crossover di volti da piattaforma); la madre Evelyn, ennesimo ritratto di progressista upper middle class per Moore, sogna invece una seconda chance nel rapporto ormai perduto con il figlio insediando l’animo gentile di Kyle, coetaneo di Ziggy e ospite della sua struttura, da “educare” ad un futuro di college e saperi.
Se è vero che il tema del film è il raffreddamento dei rapporti all’interno di un nucleo familiare per colpa di incomprensioni, non detti, disinteresse reciproco e narcisismo, Eisenberg nel trasportare questa glacialità da famiglia intellettuale finisce per raggelare anche le immagini del suo cinema, che raramente riesce ad accendersi neanche quando affronta temi come l’innamoramento, o la riconciliazione madre-figlio. Anche un d.o.p. solitamente avvezzo a virtuosismi come Benjamin Loeb (Mandy, Pieces of a woman) cade qui nelle geometrie essiccate di dinamiche votate fin troppo ad un determinismo occhialuto, un po’ come siamo soliti oramai riconoscere in queste produzioni A24.
E’ probabile che questo filtro da autorialità all’europea che Eisenberg applica alla materia della sua opera sia un lascito dall’esperienza con il Joachim Trier altrettanto “respingente” di Segreti di famiglia, pure quello passato a Cannes qualche anno fa.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.6
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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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