#Venezia76 – La solitudine

Lo scorso anno, tracciando un bilancio di Venezia 75, avevamo intravisto la possibilità di un ragionamento più approfondito sulle mille forme incontrollate del cinema di oggi e di un ripensamento più deciso dell’idea di grande evento, riguardo il rapporto con gli spazi, le opportunità di incontro, scontro, intervento aperte dalle nuove modalità di produzione e consumo. Tocca ripetersi: “se questa Venezia, in risposta alla monolitica chiusura di Cannes, ha sancito definitivamente la liberalizzazione delle forme filmiche e della loro destinazione finale, lo ha fatto comunque ribadendo la necessità di un accentramento, sia della sala cinematografica come luogo privilegiato del rito della visione (…), sia dello spazio della Mostra come punto di raccolta e compattamento degli accreditati, degli operatori e del pubblico. Sì, c’era la realtà aumentata della VR, con un’offerta notevolmente più ricca e varia rispetto allo scorso anno, ma si è pur sempre trattato di un’esperienza collaterale relegata allo spazio esterno di un lazzaretto per incurabili. Tanto che viene da suggerire agli organizzatori di spingere ancor più, per le prossime edizioni, sul caos e l’ibridazione dei linguaggi e dei modi di fruizione, disseminando i recinti sacri del festival di schermi, visori, cuffie, punti di accesso streaming e, al contrario, invadendo in maniera corsara le ‘isole’ della città con le mille forme e possibilità del cinema”. Tocca ripetersi perché, a distanza di un anno, la situazione non sembra mutata. Rimane una netta distinzione tra la vetrina dei film in passerella, i prodotti fatti e finiti, già pronti al consumo, e altrove, relegate ai margini, le esperienze più eccentriche, quelle aperte a un dialogo irrequieto con gli spazi d’esposizione, come la Virtual Reality o le singole iniziative lasciate all’intuizione di qualche genio visionario, tipo la live performance di Tsai Ming-liang all’Arsenale.

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Insomma, è sempre più chiaro l’obiettivo di ribadire la centralità strategica della Mostra nel panorama culturale istituzionale, tutto rivolto a una logica industriale dei grandi eventi. In fondo, è una questione di macroeconomia, essenzialmente quantitativa: il numero deIle star e delle major disposte a concedersi, le cifre sugli accreditati e sulle partecipazioni, con il grafico in aumento dell’afflusso di addetti ai lavori, di pubblico pagante o di semplici appassionati venuti ad accalcare il tappeto rosso. E, ancora, la bilancia dei conti da pareggiare nei rapporti tra le produzioni nate e pensate per la sala e lo streaming, tra il mainstream e il cinema autoriale già consacrato. Un discorso da prodotto interno lordo appena bilanciato dalla valutazione di qualità delle scelte effettuate. Ma la domanda “com’erano i film?” si trasforma immediatamente in “quanti erano i film belli?” e si torna così al primo punto. Colpa anche dell’aberrazione critica (e qua occorre sempre fare ammenda), ormai completamente appiattita agli schieramenti social e alle famigerate pagelle, quei voti da assegnare come se si fosse dinanzi a un concorso di bellezza e che non dicono nulla rispetto all’urgenza dei discorsi da affrontare, alle mille traiettorie (im)possibili da tracciare. Insomma, tra il Lido e la Croisette è una gara di numeri (e premi) da ribadire e rivendicare nel corso dell’anno a venire. E va detto che, in linea generale, riguardo ai film, questa Mostra è sembrata un passo indietro rispetto all’ultima Cannes, generalmente più esaltante e sorprendente. Ci si è fatti abbagliare da alcuni fuochi d’artificio sparati nei primi giorni, poi la selezione ufficiale, tranne poche eccezioni, si è attestata su un livello medio piuttosto scontato.

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Dopo La forma dell’acqua e Roma, il Leone d’Oro è andato a Joker e, ancora una volta, com’è stato giustamente osservato, la scelta è apparsa funzionale alla grande scommessa della corsa agli Oscar. Al di là dei meriti o dei limiti del cupissimo film di Todd Phillips, che sembra mettere molto di sé nella parabola del suo pagliaccio, proseguendo uno dei percorsi più interessanti e personali del cinema americano dell’ultimo decennio. Gli idioti alla conquista di Hollywood, titolavamo qualche anno fa un numero monografico del nostro magazine. Ora la conquista sembra compiuta, anche se con una parziale abiura, un tradimento dello spirito incendiario degli esordi. Phillips lavora sempre sul sovraccarico delle situazioni portate all’estremo, ma rivendica una serietà inattaccabile. Consacrata dalla decisione della giuria di Lucrecia Martel, che si è attestata su un equilibrio di comodo e ha compensato le sue esternazioni, quanto meno intempestive, su Roman Polanski con un consolatorio e ambiguo gran premio della giuria a J’accuse, il film tutto sommato più completo e “universale” tra quelli in mostra. Altro gioco di bilanci e di doppie partite.

Certo, Venezia e Cannes non sembrano avere gli spazi di libertà e rischio che si possono rintracciare, in maniera più o meno consapevole, nell’asse che va da Rotterdam a Berlino. Lì, all’ultima Berlinale, ci siamo innamorati dell’impossibile film concerto su Aretha Franklin, Amazing Grace, forma esplosa di un film “non compiuto” e “non voluto”. Mentre a Cannes c’erano alcuni splendidi azzardi di “vecchi” autori, che hanno saputo regalare tra le visioni più imprevedibili di quest’ultima stagione: Tommaso di Ferrara, Family Romance, LLC di Herzog e, poi, Patricio Guzmán, Alain Cavalier… Senza contare, in concorso, Bellocchio, Suleiman, Kleber Mendonça, un Desplechin sorprendente. Qui, a Venezia, dove rintracciare questa libertà delle forme? Qualcosa di paragonabile alla magnifica irrequietezza di Viburno rosso di Vasilij Šukšin che, a quasi cinquant’anni di distanza, ci appare ancora un missile sparato via lontano secoli luce. Di sicuro in alcune sezioni collaterali come la SIC, che continua la sua ricerca tutt’altro che scontata, la sua esplorazione politica dei nuovi confini, tra le cinematografie meno battute e i linguaggi meno convenzionali. È lì che abbiamo incontrato alcuni tra gli sguardi più originali di queste “sospese” giornate veneziane: All This Victory, di Ahmad Ghossein, il film trionfatore, Rare Beasts di un’incontenibile Billie Piper, l’azzardo visuale di Partenonas del lituano Mantas Kvedaravičius, l’ottimo Tony Driver di Ascanio Petrini, road movie che attraversa liberamente i muri tra il documentario e la finzione, alcuni tra i corti selezionati, come Los oceanos son los verdaderos continentes di Tommaso Santambrogio. Siamo un passo oltre gli Orizzonti, dove, come spesso accaduto negli ultimi anni, ci si è attestati su forme e narrazioni più consolidate e derivative (vero limite di un film che ha riscosso molti consensi al Lido, Giants Being Lonely…). Certo, non sono mancate le fortunate eccezioni. Il rigore di Atlantis di Valentyn Vasyanovych, premiato come miglior film della sezione. E, soprattutto, Zumiriki di Oskar Alegria, la grande sorpresa di quest’edizione, il vero oggetto alieno, a tal punto da sembrare un clandestino sfuggito ai controlli all’ingresso (a dir poco paradossali quest’anno, vero Luis Fulvio?). Un film libero e gioioso, piccolo, artigianale, in solitaria, estraneo a qualsiasi apparato produttivo più o meno ufficiale. Ma capace di portare avanti, a un tempo, il racconto di un’esperienza di vita e una riflessione trascinante sulle pratica delle immagini e le traiettorie contemporanee dello sguardo.

Per il resto, le scosse sono arrivate a intervalli irregolari. La storia ripercorsa dagli antipodi di Gibney e Loznitsa. La fibrillante deriva da videogame action di Mosul di Matthew Michael Carnahan, una specie di traduzione irachena di 13 Hours di Michael Bay. E la Laundromat di Soderbergh, che, fuori quota, continua ad attraversare le forme del cinema alla velocità della luce. Alla fine, forse, gli azzardi più consapevoli e destabilizzanti sono venuti dai film italiani del concorso, segno di una vitalità già annunziata altrove, da Tony Driver appunto, da Effetto domino di Rossetto, Sole di Sironi, dal secondo capitolo dei Diari di Angela, con Yervant Gianikian che prosegue il suo vertiginoso viaggio con Angela Ricci Lucchi, checché se ne dica… Non parliamo tanto di Martin Eden di Pietro Marcello, che dopo una prima parte liberissima, in cui si assume il rischio di una trasposizione spericolata di Jack London e di un’astrazione temporale estrema, si arena nel discorso “politico” e nella parabola del personaggio e spegne le potenzialità visionarie in un gioco ripetuto sul repertorio. Quanto da Martone e Maresco che, per vie diverse ed estreme, mettono in crisi gli sterili criteri estetici, le questioni sulla tenuta e la forma del film, e mostrano come le intenzioni e i processi, i contesti produttivi e i percorsi personali non siano mai neutrali, siano, anzi, uno dei punti centrali di ogni discorso. Il che ci riporta, per strade misteriose, alle stelle e ai pianeti di James Gray…

Ad Astra è, alla fine, il film preferito dalla redazione di Sentieri selvaggi e potrebbe sembrare una contraddizione rispetto a quanto detto finora. Hollywood, la grande produzione, la star, la forma del racconto di fantascienza. Ma lo struggente cortocircuito di Gray è tutto in questa lotta tra l’aspirazione all’equilibrio e il sogno titanico, tra la perfezione dello spettacolo, l’inquietudine del minuto e l’ossessione personale. Un’ossessione che si apre e si libera una volta per tutte del complesso edipico, che è la miope etichetta con cui si vuol liquidare quest’esperienza unica. Ad Astra attraversa tutta una serie di questioni centrali, tra i nuovi mondi da desiderare e i vecchi mondi in crisi, da riscoprire e ricostruire. Le derive ambientali, la distruzione indiscriminata, l’utopia, i confini da ripensare e le frontiere da superare. Un film abissale, la cui accoglienza fredda dimostra come ormai non ci sia più voglia e tempo di perdersi tra le immagini, la vita, il desiderio, la realtà, il presente e il futuro.

Chissà, alla fine, forse, il nostro è stato un viaggio solitario. In un paesaggio normalizzato, senza attese, abbiamo cercato l’occasione di un contatto impossibile, una risposta e una presenza all’altro capo del percorso, tra rotte inesplorate, nuovi spazi aperti da condividere. L’anno prossimo sarà l’ultimo di Barbera. Ci aspettiamo un po’ di luna.